Bentornati Loki e Thor! L’omaggio delle Cicale pt.4

L’entusiasmo delle Cicale per il terzo capitolo di Thor:Ragnarok, con Tom e Chris di nuovo nei panni di Loki e Thor è, come vedete, evidente. Tanto evidente da soprassedere allegramente su alcune amenità e dubbi che le attanagliano. Riusciranno, i nostri eroi, a tirare fuori un bel film? Per il momento le Cicale non si pronunciano: troppo poco sappiamo della trama, anche se, la presenza nel film di Hulk rallegra la Cicala Claudia. Da sempre è il personaggio Marvel più amato in assoluto dal moroso che, pertanto, pur di vederlo al Cinema non fiaterà – ma tanto, anche se avesse fiatato ci sarebbe dovuto andare comunque, quindi…

Ma adesso, veniamo a noi: questo è il penultimo episodio di questa storia in cui, come già ripetuto fino alla nausea, è stato utilizzato il celeberrimo e vecchio come il mondo artificio letterario della narrazione in prima persona: sebbene, come abbia detto, si tratta di uno stile in cui mi muovo discretamente male (preferisco la terza persona), la voce di Sigyn risultava in questa maniera assai più profonda e intensa, così come l’interpretazione di atti e fatti, che passa attraverso l’occhio non oggettivo – come potrebbe esserlo? della protagonista. Dopo questa noiosa spiegazione da Antologia delle medie, neanche del liceo, la Cicala Sara vi informa che ieri sera è venuta a conoscenza del finale. L’ha fatto per voi, eh.

Stranamente, la Cicala Claudia è stata insospettabilmente parca di parole. “Succede x, y e z,” ha detto.

“Mi piace,” ha sentenziato Sara. “E?”

“E basta,” ha aggiunto Claudia. Che accadrà? Se vi siete perse il primo episodio, il secondo e pure il terzo, cliccate nei link.

Altrimenti, beccatevi questo.

Episodio 4 di questa storia senza pretese con protagonisti Loki e Thor. E Sigyn

Un'altra opera raffigurante il mito di Loki e Sigyn

Un’altra opera raffigurante il mito di Loki e Sigyn

Se anche fosse, non sarebbe amore

Ho atteso a lungo prima di riprendere a scrivere. Sono passati molti giorni, e queste pagine sono rimaste chiuse nei miei cassetti più profondi. Gli eventi recenti mi hanno inghiottita, trascinata nel loro vortice improvviso, il filo dei miei ricordi per un po’ si è interrotto. Thor è tornato, e con lui la speranza che Loki sia da qualche parte, vivo. Ma il principe non ha risposto alle mie domande. Non sa se suo fratello sia riuscito davvero a spezzare l’incantesimo che lo priva della magia, fuori dalla sua cella. Ma, in fondo, che se ne fa il dio degli inganni, della magia? È il suono della sua voce, la spiazzante lucidità del suo pensiero, la sua arma più pericolosa. Immagino che debba essersi rigirato tra le mani molte volte il bracciale di rame così insignificante e leggero che suo fratello gli portò avvolto in uno straccio. Che lo abbia soppesato ed infilato al braccio con aria critica e le labbra arricciate, assorte. Della sua reazione a quell’artefatto magico, così come della sua fuga, io in realtà non so nulla. Ricordo solo il grido di rabbia di Odino ed il suo occhio, azzurro e terribile, che mi scrutava glaciale.

Il dio del tuono non cercava solamente testi antichi per dilettare il fratello. Tentava di aggirare la maledizione di Odino, affinché Loki potesse uscire dalla prigione col seiðr. E un giorno, oltre ai soliti volumi rari e belli, riportò dalle sue peregrinazioni in giro per i Nove Mondi un bracciale di rame. Non lasciò che fossi io a consegnarlo. Non volle che fossi responsabile in qualche modo del loro tradimento. Andò lui dal fratello, mostrandogli il piccolo cerchietto rossastro avvolto in uno straccio. Loki lo osservò col consueto disinteresse. O forse era esitazione, dubbio. Spezzare una maledizione antica con un oggetto magico creato da chissà chi, chissà dove, era un azzardo. Quali controindicazioni ci sarebbero potute essere, infilando al braccio quel cerchio di metallo? E se fosse scattata una trappola più grave di quella imposta dal sovrano di Asgard, cosa ne sarebbe stato di lui, Thor e dei Nove Regni? Loki prese tra le mani il bracciale antico e scelse di tentare la sorte, infilandolo al braccio.

Io non c’ero, quando scommise sull’artefatto del fratello. In quei giorni, organizzavo il mio matrimonio con Theo. E questa è la fine della storia.

Avevo tentennato a quella proposta, fatta sul belvedere di Asgard, tra il profumo delle rose e la brezza leggera della sera. Non avevo potuto che dirgli di sì, ma non avevo smesso, mio malgrado, di domandarmi, mentre il cuore accelerava il suo battito nel mio petto, come sarebbe stato se quella proposta me l’avesse fatta un principe con occhi verdi e brillanti, e la voce calda e bella, capace di incantare.

Ma Loki era rinchiuso in una cella, condannato ad una reclusione eterna. E se anche lui avesse provato un’attrazione vera nei miei confronti, cosa sarebbe cambiato? Non ci sarebbe stato nessun lieto fine, per noi. Se anche Loki avesse deciso di aiutare davvero Thor a salvare Asgard, Odino non avrebbe mai ritirato la sua pena eterna. Combattere con il dio del tuono avrebbe significato fuggire, non tornare mai più ad Asgard.

Non c’era speranza, né futuro per noi, e certamente Loki non mi amava, ma quando lo raggiunsi, sulla terrazza spazzata dal vento, quel tardo pomeriggio di primavera, pensai che fosse terribilmente ingiusto che non avessimo alcuna possibilità. Non c’era speranza, né futuro per noi, mi ripetei mentre si voltava a fissarmi, con quei suoi occhi verdi e attenti, e se anche io non mi fossi promessa a Theo, lui sarebbe comunque fuggito da Asgard, troppo presto, e non sarebbe tornato mai più. Vidi che il bracciale di rame gli tintinnava sinistro al braccio.

“Sigyn,” disse lui, “hai occhi tristi, oggi.”

Avrei voluto che mi accogliesse col più freddo dei sarcasmi, con la più velenosa delle battute. Avrei voluto che mi rivolgesse quel suo ghigno crudele e mi raccontasse delle nefandezze della sua vita, o che mi ignorasse, e continuasse a fissare l’orizzonte, dove era nascosto il passaggio segreto verso Jotunheim dalle plaghe ghiacciate. Sarebbe stato facile dirgli che avevamo deciso la data. Invece mi guardò, e disse che avevo occhi tristi, e lo fece con voce roca e distante. Forse sapeva che quella era l’ultima volta che ci saremmo parlati sulla nostra terrazza.

“C’è una cosa, che devo dirv i,” dissi, e mi torsi le mani fuggendo il suo sguardo acuto e verde.

“Anche io. Partiremo presto,” replicò spiazzandomi.

Disse, con voce distante, che tutto era pronto per la partenza e, affinché fosse chiaro che io non ero assolutamente coinvolta in quella vicenda, nemmeno a me avrebbero rivelato il giorno esatto della fuga. “Se ci sarà un dopo, Sigyn, io non tornerò ad Asgard dalle alte torri; non finché Odino la reggerà, almeno.”

L’avevo sempre saputo, che sarebbe finita a quel modo. Anzi, avevo fatto di tutto per rendere possibile quella fuga. E ora che, finalmente, essa perdeva i contorni della fantasia per diventare reale, scoprii quello che non ero riuscita ad ammettere al mio cuore. Lacrime salate mi caddero giù per le guance, pensando a quella guerra lontana che, alla fine, aveva accettato di combattere, per avere un’occasione, una soltanto, di fuggire dalla sua prigione, tornare a essere libero e feroce come era stato in un tempo che, forse, aveva quasi dimenticato.

“Perché piangi?” mi domandò, rientrando nelle belle stanze. Si era alzato un vento freddo, gelido, e credo che fosse una gentilezza nei miei confronti, perché lui non sentiva quasi mai freddo, neppure quando cadevano fiocchi di neve su Asgard dalle alte torri.

“Partirete per una guerra che non volete combattere e, qualunque esito avrà, non vi vedrò mai più.”

Attese lunghi istanti prima di rispondere. “Non è quello che desideravi? Che mettessi la mia astuzia al servizio di Asgard, che accettassi di aiutare il dio del tuono?”

Era dolce, la sua voce, ma ancora in grado di colpire e far male, pensai. Risposi che mi sarebbero mancate, le nostre conversazioni, i nostri studi.

“Potrai prendere i libri che lascerò qui” concesse.

Mi avvolsi più stretta nel mantello. “Theo non me li lascerebbe tenere,” mormorai, e intravidi la smorfia di dispetto sul viso di Loki. “Tra meno di due settimane, ci sposeremo.”

Avrei voluto che si infuriasse. Che tentasse di farmi cambiare idea con tutta l’abilità di cui era capace. Che fosse sarcastico e crudele, convincente e brillante, come aveva fatto quando gli avevo rivelato di aver accettato la proposta di Theo. Gli avrei dato ascolto, stavolta. Avrei voluto vedere nei suoi occhi, sul suo viso, la rabbia e il dispetto che avevo già visto, e desiderai che mi afferrasse, mi stringesse a sé e mi baciasse, di nuovo. Avrei voluto che mi chiedesse di aspettarlo. Invece annuì brevemente, e non disse nulla.

Feci per andarmene, ma non resistetti alla tentazione di offrirgli un’altra possibilità per fermarmi. Mi bloccai, mi voltai di nuovo verso di lui. Mi vennero in mente frasi banali. Avrei voluto dirgli che, senza di lui, non sarei stata mai più felice. “Dimmi di non farlo, e io non lo farò. Dimmi di seguirti, e io ti seguirò.”

Si irrigidì alle mie parole, ma non mi assecondò. “Tutte le cose hanno una fine,” rispose “e credimi la nostra è una bella fine. La ricorderemo entrambi con dolcezza.”

Il regalo di nozze di Loki fu la sua indifferenza. Sarebbe potuto partire quella notte stessa, o forse quella appresso: l’avrei saputo sempre troppo tardi. Me ne andai, con la consapevolezza che, forse, quella sarebbe stata l’ultima volta in cui ci saremmo visti.

Mi aveva lasciata andare. Anche adesso, se ci penso, gli occhi mi si velano di lacrime. Eppure, è più facile parlare di quell’addio che dei giorni che l’avevano preceduto. Non c’è dolore maggiore che ricordare i momenti felici, nella miseria. Ma devo raccontare tutto ciò che è successo, o non sarò mai libera di passare oltre questa storia. Da dove potrei cominciare? Loki non mi aveva baciato quando avevo creduto – anzi sperato – che l’avrebbe fatto. Aveva detto che c’erano limiti che non bisognava oltrepassare, perché poi sarebbe stato impossibile tornare indietro, tremende le conseguenze. Io, sciocca ragazzina, gli credetti. Non ricordai che il dio degli inganni adorava, sopra ogni cosa, infrangere i divieti.

La guerra si faceva ogni giorno più devastante e vicina ad Asgard dalle alte torri. Sul viso di Thor, ombre sempre più cupe si delineavano. Gli riferii di quel consiglio datomi dal fratello con apparente disinteresse sul reclutare gente nuova, alleati mai visti. Il principe spalancò gli occhi e, quella sera stessa, mi seguì nelle belle stanze della torre solitaria.

Quando lo vide, Loki fece una smorfia di disappunto. Chiese con tono faceto se Thor fosse venuto per controllare che nessun male mi venisse fatto. Il dio del tuono scosse la testa.

“Dimmi, secondo te, chi potrebbe aiutare Asgard. Dimmi delle nuove alleanze che dovremmo stringere.”

Il dio degli inganni sorrise beffardo. Attese, prima di rispondere, come se stesse valutando la portata di quel momento. Ed in effetti, se avesse dato una risposta plausibile e vera a Thor, suo fratello sarebbe tornato ogni volta da lui a chiedere aiuto. La tregua, tra loro, si sarebbe potuta instaurare.

Thor fissava Loki con occhi severi e la mascella contratta, ma un fremito tradiva la sua ansia per quella risposta. Ritto davanti a lui, con le mani incrociate dietro la schiena, immobile e guardingo, Loki pareva riflettere ancora non sulla risposta in sé – quella c’era da tempo, chiara ed inequivocabile – ma sull’eventualità di dirla al fratello perduto. In mezzo alla stanza, io li osservavo. Pensavano alla guerra che c’era stata tra loro, orribile, devastante, atroce, dolorosissima, che aveva sconvolto i Nove Mondi? A quei ceppi cui Thor aveva incatenato suo fratello per portarlo al cospetto di un sovrano impietoso e terribile? Mi tornarono alla mente le parole di Loki, e la richiesta disperata che aveva fatto al dio del tuono.

“Pensavo a Jotunheim,” soffiò Loki rompendo quel silenzio troppo pesante, e dovette trovare estremamente divertente l’espressione di profondo stupore che si disegnò sul viso del fratello.

Thor impallidì, Loki invece sorrise: iniziarono a discutere, punzecchiarsi, studiarsi, fin quando l’abile mago non ebbe sviscerato ogni possibile strategia, contemplato tutti gli scenari che si sarebbero potuti verificare, risposto a tutte le domande del possente dio del tuono. Che, alla fine, accettò quel consiglio apparentemente folle, scelse di fidarsi per l’ennesima volta del dio dalla lingua tagliente e gli occhi di giada. E vinse, se non la guerra, almeno qualche battaglia, ricevendo persino i ringraziamenti accorati del sovrano. Odino lodò l’impresa di Thor, disse di essere orgoglioso della tregua raggiunta con gli Jotnar, i nemici mortali che, in quel frangente, deponevano finalmente le armi contro Asgard dalle bianche torri per unire le forze contro un nemico comune.

Thor dovette ascoltare quel discorso con occhi bassi, perché il merito di quell’alleanza non era sua, né poté rivelare al nostro sovrano la verità. Loki, dal canto suo, non volle ascoltare le lodi di colui che l’aveva condannato all’oblio perenne. Quando io e Thor andammo da lui per raccontargli come fosse stata apprezzata la sua idea, si rinchiuse nel suo studio, impedendoci di entrare, affogando l’amarezza o il rancore tra rune dimenticate e poesie antiche, formule matematiche ed incantesimi lontani.

Per orgoglio, si rifiutò di incontrarci per molti giorni, perdendosi forse in studi forsennati, pergamene che nessuno leggeva più. Per vendetta e rabbia e dolore, ad un certo punto abbandonò quei testi e tirò fuori, frenetico e insonne, mappe e libri di magia, e si mise a studiare, con dedizione febbricitante e acuta, lo scenario di quella guerra che, forse, lo avrebbe reso di nuovo libero.

Ogni sera, come consueto, varcavo il pesante portone intarsiato di rune, entravo nelle belle stanze. Ma Loki, quando si mostrava, era distratto, inquieto, e non mi badava. O forse, cercava di limitare i nostri incontri. Io scendevo dalla torre con gli occhi meno brillanti, le gote meno arrossate, e giù ad aspettarmi c’era Theoric, con un mazzo di fiori in mano o lettere da casa e l’aria gentile.

Aveva pianto così tante lacrime. Singhiozzava sul mio grembo, chiedendomi perdono con voce rotta, giurandomi che non mi avrebbe mai più fatto alcun male, e i suoi occhi erano sinceri. Mi baciava le mani, supplicava che lo perdonassi, e diceva che era il troppo amore che provava per me a fargli nascere quella gelosia terribile, accecante. Che l’idea di sapermi assieme al dio degli inganni, crudele e spietata creatura, gli faceva attorcigliare le budella. Gli dissi, calmando quel pianto infantile, che Loki era cortese e freddo e prigioniero; che non gli interessava nulla del mondo, oltre i suoi libri. A quelle parole, Theo mi strinse più forte e parve calmarsi.

Fui debole e lo perdonai. Mi dissi che quel lampo di rabbia che gli avevo scorto negli occhi quando mi aveva strattonato il braccio fosse qualcosa di irripetibile; provai a dimenticare il terrore – quello sì, vero e tangibile – che avevo provato in quell’occasione giustificando il suo comportamento. Mia era la colpa, che mi lasciavo trasportare dalle medesime passioni del dio degli inganni, escludendolo. Theoric aveva agito male, ma l’aveva fatto per il mio bene, per salvarmi. Andò a parlare con i nostri genitori e quelli, che non dormivano la notte nel sapermi tra le grinfie del principe nero di Asgard, acconsentirono ad ufficializzare il fidanzamento che avevamo tanto desiderato in passato. Credevano che Theo avrebbe potuto proteggermi da Loki. Ma chi avrebbe protetto me da Theoric?

Oggi guardo Theo con altri occhi rispetto allora. Lo vedo per quello che è. Ma allora lui era ancora l’amore della mia giovinezza. Tenevo le lettere che mi aveva scritto quando era in addestramento strette in un nastro di seta, avevo un disegno di come sarebbe dovuto essere l’abito che avrei indossato al nostro matrimonio. Per lui, sarei fuggita dalla casa dei nostri genitori; per lui, solo per lui, ero entrata nella torre dove Loki era rinchiuso. Mi chiese di sposarlo una sera, sul belvedere di Asgard: c’erano milioni di stelle, infinite luci nel firmamento, e lui mi strinse a sé e promise che mi avrebbe amata e rispettata per sempre. Io pensai a quella luce crudele che gli avevo visto negli occhi, ed esitai, ma Theoric iniziò a descrivere la casa che avremmo avuto, i bambini che ci avrebbero allietato. Dipinse una felicità identica a come l’avevo sognata per anni, e mi chiesi se non fosse vero che quell’ombra cupa fosse stata un episodio che non si sarebbe ripetuto mai più. Mi lasciai convincere dalle sue parole perché era consolante credergli, più facile.

In quei giorni, alla torre, Loki pianificava assieme a Thor le strategie per le prossime battaglie e, forse, già pensava alla sua fuga. Io ero il loro tramite. C’erano, tra di noi, molte cose irrisolte, ma evitavamo di parlarne. Non era il momento. Non lo sarebbe mai stato. Il mio bel principe dagli occhi verdi non era che un’ombra fugace di un altro passato, destinata a fuggire, sparire, che mi avrebbe lasciata sola con il ricordo di un bacio mancato. Del resto, che altro poteva esserci, tra di noi? Lui, rinchiuso in quella prigione splendida e terribile, mascherava, sotto un’ostentata indifferenza verso il mondo e le cose, una rabbia antica e una bramosia di potere che aveva sconvolto i mondi, e pianificava una fuga che avrebbe scosso il trono di Odino: cosa avrebbe potuto offrire, a me? Cosa avrei potuto dare, io a lui? La dedizione di una sciocca ragazza affascinata dai suoi discorsi arguti e dalle sue conoscenze, a cui lui non avrebbe potuto promettere altro che un futuro di fughe e tradimenti? Questo mi aveva detto, mentre scriveva con la sua grafia elegante raccomandazioni al fratello lontano, alzando di tanto in tanto gli occhi verdi e acuti sui miei, mentre le sue labbra sottili si piegavano in un sorriso amaro, e tornava a perdersi, inafferrabile e cupo, nei suoi intricati piani di conquista.

loki vedova nera

Non c’è niente tra di noi, né potrebbe esserci, mia graziosa Sigyn, diceva, e le sue parole mi perseguitavano la notte, pesavano come un macigno o una condanna ingiusta mentre cercavo di dormire e la mente, crudele ed infida, vagava verso la torre solitaria, dove lui, sicuramente sveglio, forse ancora studiava oppure fissava l’orizzonte immenso, infinito, lontano ed irraggiungibile verso cui non sarebbe più potuto fuggire, e non pensava certo a me. Eppure mi rimaneva, nella testa, un tarlo, un pensiero fisso, sconveniente e sciagurato: chissà cosa sarebbe successo se, spinto dalla noia e l’insofferenza per la lunga prigionia, avesse davvero provato a sedurmi.

Ma se il dio degli inganni era un’ombra sfuggente, lontano anni luce da me, il cui destino si era incrociato appena col mio, a me che altro restava? Mia madre mi tesseva le lodi del ragazzo con cui avevo corso nei campi da bambina, con cui avevo scambiato promesse infantili, che credevo di amare da una vita. Fui debole, ed ingenua, e scambiai l’affetto profondo per l’amore, e dissi a Theoric che l’avrei sposato.

Loki vide che mi ero riavvicinata a Theo, ma non disse nulla. Quando uscivo dalla torre lui era là, che mi aspettava; mi stringeva a sé, mi baciava sulle labbra, e io pensavo agli occhi verdi che forse ci guardavano, dalle finestre della prigione e, al pensiero del profilo affilato, dell’espressione severa che certamente avrebbe avuto sul viso il dio degli inganni, mi scostavo dal mio fidanzato, mi allontanavo.

In effetti, Loki disapprovava quel riavvicinamento. I nostri occhi si incrociavano, quando lui alzava lo sguardo segnato dalle mappe che studiava instancabile, e vi passava un guizzo – come se dovesse dirmi qualcosa di importante – ma subito si abbassavano di nuovo sulle carte. Non dovevo interessargli, dopo tutto. La guerra, la fuga, si avvicinavano ogni giorno di più ad Asgard dalle bianche torri.

 

Ma i divieti esistono al solo scopo di essere infranti. Soprattutto per il dio del caos e degli inganni. Un giorno, mi convinsi che era giusto che Loki sapesse. Non ero forse io il tramite tra lui e Thor? Non era importante rivelargli che, presto, avrei condiviso la vita con un’altra persona?

Ricordo che era una sera fredda, ma il cielo era limpido e terso e già si intravedevano le prime stelle, luminose e bellissime. Loki studiava, come sempre, e alzò lo sguardo quando mi vide. Mise un segno al libro e sospirò sgranchendosi il collo contratto.

“Ci sono delle cose, che devo dirvi,” iniziai.

Lui si alzò dalla sedia e si avvicinò a me, scrutandomi con occhi guardinghi. “La battaglia è stata vinta? Thor ha fatto ciò che gli ho detto?”

Lo tranquillizzai sull’esito del combattimento, gli porsi il messaggio del fratello, che lui quasi mi strappò dalle mani e lesse avidamente. Poi, spostò nuovamente gli occhi troppo verdi su di me, in attesa.

“Io e Theoric ci sposeremo, mio signore. Volevo che lo sapeste.”

Mi fissò a lungo, impassibile e gelido. “Perché?” mi chiese.

Perché me lo ha chiesto, risposi, ed è il mio fidanzato da molto tempo, e sapermi sposata farà felice la mia famiglia, aggiunsi.

“Sarai infelice, insieme a lui,” predisse, e le sue parole caddero come un macigno sulla mia testa. Non poteva distruggere ogni mia certezza, ogni speranza a cui mi appoggiavo con disperazione folle senza che lottassi. Anche se, forse, aveva ragione. Anche se il tarlo del dubbio già rodeva il mio cuore.

“Come fate a dirlo?” chiesi piccata. Conoscevo i suoi modi, il suo sarcasmo spietato: ricordavo come era stato perfido e brillante spesse volte con Thor, delle sentenze beffarde che aveva elargito agli ospiti di Asgard, piccoli puntini scuri che poteva osservare solamente dalle sue finestre. Con me, era sempre stato cortese e gentile, persino nei suoi giorni più cupi e, fino a quel momento, mai ero stata l’oggetto delle sue critiche.

“Ci sono un’infinità di ragioni che mi convincono del mio giudizio. Tra tutte, inizierò dicendoti che quell’uomo è crudele e violento.”

“Come tutti i guerrieri Aesir,” risposi, “come si dice anche di voi e di Thor” aggiunsi.

Un guizzo divertito attraversò gli occhi di Loki, un sorriso storto e beffardo si disegnò sulle sue labbra. “Questo è vero, ma noi siamo spietati e violenti con i nostri nemici pari in forza, in battaglia: non nelle nostre case.”

Strinsi i pugni e ribattei con veemenza. “Continuate ad attaccarvi a quell’episodio, ma Theoric non è così. È protettivo, ed è sempre stato gentile. Mi ha chiesto perdono, ed era sincero. Si sentiva trascurato, aveva chiesto il mio aiuto, e io non saputo ascoltarlo.”

Mi interruppe ghignando. “Povera ingenua bambina, che dici?” sibilò, e gli scintillarono gli occhi di rabbia, la sua voce era dura e tagliente. “Lo rifarà ancora. Tutte le volte che ne avrà l’occasione, e sai perché? Perché è debole, insicuro. Troverà sempre qualcosa che non andrà, in te. Guarda già cosa ti fa dire! Sarebbe colpa tua, che lo stavi trascurando? Tu meritavi, dunque, che ti strattonasse a quel modo il braccio? Per quale motivo, poi? Perché parlavi con me di libri?”

“Era geloso di voi. Chi non lo sarebbe stato? Avreste potuto stregarmi, affascinarmi.” Mi bloccai, ed avevo il cuore in gola, perché il sorriso storto, sul suo viso affilato, si era allargato ancora di più a quella frase.

“Se ero io il problema, perché se l’è presa con te? Di me ha ragione di pensare ogni male, ma di te, Sigyn, si sarebbe dovuto fidare!” disse, e aveva la voce alterata dall’ira come mai l’avevo sentita.

“Il dio degli inganni mi parla di fiducia?” ribattei. “Quante menzogne ci sono, nelle vostre parole, quanti inganni?”

Gli occhi di Loki mi fissarono, acuti e terribili. “Le uniche menzogne sono quelle che tu ti vuoi raccontare. Immagina la tua vita con lui. Immaginala bene. La tua casetta, carina graziosa; i vostri figli, biondi e vivaci. E poi, tu. Prova a pensare a come saresti tu, ingrassata e stanca, con un occhio gonfio che cerchi di nascondere ai vicini, senza libri da poter leggere, sola e disperata. E la sera, immagina lui, soldato semplice, declassato di rango, che torna ubriaco e ti accusa di inesistenti mancanze.”

“Non potete sapere che andrà così,” dissi con voce roca, cercando di allontanarmi. Avevo le guance in fiamme, il cuore che mi batteva nel petto a ritmi forsennati, e lo odiavo, lo odiavo così tanto per quelle parole crudeli, per la sua incapacità di consolarmi. Era l’unica cosa che desideravo. Qualcuno che mi dicesse che sarebbe andato tutto bene, che sarei stata felice.

Ma Loki scosse la testa, si passò una mano sul viso, tra i capelli scuri, come se fosse molto stanco o la nostra discussione gli togliesse ogni energia.

“Hai ragione. Andrà peggio, sono stato ottimista. Di cosa parlerete, seduti al vostro tavolo, quando si sarà stancato del tuo bel visino, quando non smanierà più dietro alla tua gonna? Cos’è che vi unisce, che condividete?” girava attorno a me, come un lupo fa come la preda.

Perché insisteva? Pensai che, forse, quello era un atto di egoismo: voleva che restassi sempre al suo fianco nella prigionia, in attesa di un cenno, da parte sua, che non ci sarebbe mai stato o, semplicemente, rispondesse alla necessità antica di seminare discordia e smarrimento nei suoi interlocutori con giudizi inappellabili e crudeli.

“Ciò che dici non mi turba,” mentii, “è la sorte di molte coppie normali.” Ritta in piedi di fronte a lui, cercavo di sostenere il suo sguardo.

Loki scosse la testa bruna, alzò il viso affilato. “Ti costringerà a rinunciare a ciò che ami. Ci sta già provando con i libri. E quando avrà finito con quelli, ti toglierà qualcos’altro, pezzo dopo pezzo. Ogni volta che proverai ad avere qualcosa di tuo, te ne priverà. Si lamenterà, ti accuserà, ti picchierà. Finché non ti prosciugherà l’anima,” disse con voce compiaciuta.

Non era vero, mentiva; strinsi i pugni, serrai le labbra. “Perché mi fate questo? Cosa volete dimostrare?” gridai mentre la vista mi si appannava di lacrime che riuscii a stento a trattenere.

“Che non ti ama, né lo farà mai,” rispose sicuro, e si avvicinò a me come successo altre volte, e potevo sentire il suo odore buono di pelle e cuoio, e trattenni il respiro mentre tremavo di rabbia, di agitazione o d’altro.

“Tu menti,” soffiai, “lui mi ama da sempre. Io questo lo so.”

Scosse il capo, di nuovo, e un lieve ghigno gli increspò le labbra. “Lui ama l’idea di possederti. Ti ama come si potrebbe amare un gioiello, o una cosa che si voglia avere. È immaturo, infantile, ingiusto. Perché fai finta di non vedere, Sigyn? Perché senti il bisogno di legarti a un essere così vile?”

“Provo dei sentimenti, per lui” sbottai infine. Avevo gridato, e mi accorsi, in quel momento, di quanto fossimo vicini l’uno all’altra; ero schiacciata tra Loki e il freddo muro dietro di me, e pensai che era terribilmente sbagliato che ci fosse così poca distanza, tra noi.

Mi guardò diritto negli occhi, col suo sguardo verde e brillante, e scosse il capo. “Bugia. Non lo ami, né l’hai mai amato,” disse infine con una sicurezza sconcertante.

“Non lo potete sapere,” risposi.

Un sorriso storto, perfido e compiaciuto come quello d’un gatto si disegnò sulle sue labbra. Sì che lo so, mi mormorò tra i capelli, vicino alle orecchie, e mi afferrò per la vita, mi strinse a sé, annullando lo spazio tra di noi. Sì che lo so, ripeté, perché tremi quando ti guardo, mi sussurrò all’orecchio, e sobbalzai sentendo il suo respiro sul mio collo. E mi baciò sulle labbra.

Non trovo parole adeguate a descrivere quel momento. Guardo il foglio intonso, davanti a me, stringo la penna, ma non riesco a scrivere nulla. Fu come morire, e rinascere, allo stesso tempo; o gettare il cuore giù da una rupe altissima, e sentire il suolo che si avvicina, l’aria che sferza, la gravità che preme. E tremare, e stringersi a lui, pregando che quell’istante non finisca mai, duri per sempre. E se anche il Ragnarok fosse iniziato in quel momento, e Surtur si fosse affacciato oltre le montagne, all’orizzonte, ammantato dal fuoco, urlante e irato, tirandosi appresso il Titano terrificante, a me non sarebbe importato. Non aveva più senso, il tempo, né fine, la vita. Ogni cosa sparì, e non so dire per quanto tempo ci stringemmo ed abbracciammo, ricoprendoci di baci. Non so dire se gli mormorai anche io qualcosa, mentre con mani tremanti, come scossi da una febbre violenta, soddisfacevamo finalmente quel desiderio che aveva aleggiato troppo a lungo nell’aria.

E io pensai che lo amavo, che l’avrei amato per sempre. Stretta a lui, ogni cosa perse importanza. Io rimarrò accanto a te, pensai, e se anche sopraggiungesse la morte ora, tra le tue braccia sarebbe dolce. Quand’era stato, che mi aveva rubato il cuore? Forse la volta in cui si era chinato su di me tanto da poter sentire il suo respiro, mentre mi spiegava una difficile formula; oppure raccontandomi com’erano gli altri mondi appesi all’Yggdrasill, che io avevo solamente immaginato, attraverso cui lui aveva viaggiato infinite volte. O, forse, quando mi aveva sorpreso a guardare i suoi libri, la prima volta che ero entrata in quelle stanze.

Ma era un desiderio folle, e sbagliato, e venne il momento in cui ci separammo e, guardandoci negli occhi, capii che il confine da non oltrepassare era stato valicato. E sarebbe stato impossibile tornare indietro. Aveva ancora le mani tra i miei capelli quando mi disse che nulla, tra noi, sarebbe comunque cambiato. Non è tra me e Theoric, la tua scelta. Non esiste un noi, riprese gelido, ma non credeva nemmeno lui alle sue parole, perché mi cercò nuovamente le labbra, mi strinse più forte a sé.

“Perché hai atteso così tanto?” domandai. “Perché hai lasciato che tornassi da lui?” chiesi, ancora aggrappata alla sua giacca scura.

E Loki mi fissò con i suoi occhi troppo verdi, quasi soppesandomi, e scosse la testa. Un accenno del suo sorriso storto gli affiorò sulle labbra che ormai conoscevo. “Non è stata un’attesa, la mia, bensì un cedimento. Un’imperdonabile, delizioso cedimento,” sottolineò compiaciuto.

I suoi occhi erano tornati verdi e freddi, la sua voce non mascherava un lieve divertimento. Ma mentiva. Avevo ancora sulla pelle, sulle labbra il sapore delle sue. Ricordavo le parole che mi aveva mormorato all’orecchio. Ed io, sciocca e innamorata, avevo dimenticato chi fosse Loki e perché fosse rinchiuso. Non avevo ancora imparato ciò che Thor aveva provato a spiegarmi mille volte; che il dio degli inganni raramente rispondeva a domande personali e, quando lo faceva, sapeva essere freddo e crudele, e mai replicava in maniera schietta o vagamente sincera.

Di fronte al mio smarrimento per quella frase che non mi aspettavo dicesse, proseguì infierendo ancora.

“Non ti ho baciata per amore, ma per dimostrarti che il tuo soldato, tu non lo ami. Quante volte ti ha baciata? Quante volte hai tremato come tra le mie braccia? Io credo che mai, sia la risposta. Trovati un brav’uomo che sappia farti battere il cuore, ragazza mia,” suggerì distante, come se non gli importasse.

“Stai mentendo,” gli ricordai.

“Credi che io ti ami?” domandò senza l’ironia abituale. Come se gli dispiacesse, di avermi preso il cuore, e ora si pentisse.

“Credo di non esservi indifferente,” risposi.

“Sei l’unica persona che vedo, nella mia prigionia,” ribatté.

“Sono l’unica persona che vuoi vedere, nella tua prigionia” dissi ancora, e Loki parve sorpreso che mi fossi azzardata a ritorcergli una sua frase contro. Sospirò, si sfiorò con una mano la tempia.

“Se anche fosse, non sarebbe amore,” soffiò lui. “Non ti amo, Sigyn.”

Mentiva. E più lo ripeteva, più me ne convincevo. Ma riprese a parlare.

“Io sono condannato a rimanere qui dentro fino alla fine dei tempi,” spiegò con voce stanca, “e il tuo amore verso di me sarebbe sprecato e inutile. Ricorda chi sono. E non credere che l’affetto del figlio di Odino indichi una qualche bontà, nel mio animo. Il dio del tuono ha sempre nutrito nei miei confronti un amore irrazionale e immotivato, che già molte volte l’ha condotto sull’orlo del baratro. Lui è incapace di accettare la mia natura. Non commettere lo stesso errore.”

“Sei tu che mi fai battere il cuore,” insistetti. Fuori, ormai, il sole era completamente calato, e la dolce sera era scesa su Asgard.

Dovrei interromperlo qui, adesso, il mio racconto. Mi ero lasciata andare completamente, definitivamente, irrimediabilmente, ed ora, appesa a lui, senza più corazze a proteggermi, mi ero esposta in un modo che nemmeno credevo possibile. Ogni mia certezza, ogni mio sogno, si era infranto in quell’istante in cui il groviglio di sensazioni ed emozioni che mi stringevano il cuore da mesi aveva avuto una voce. Mi pentii immediatamente di quella frase sconsiderata. Che avrebbe risposto il dio degli inganni, ad una dichiarazione così puerile? Mi fissò serio negli occhi, come se gli avessi portato la più penosa delle notizie. Ma si riprese subito, ed un ghigno beffardo gli attraversò il viso. “Ricordatene, quando tornerai dal tuo soldatino,” disse.

Mi staccai da lui con un gesto secco, indietreggiando, sbalordita e ferita dall’inutile cattiveria delle sue parole. “È solo un gioco, per te?” domandai, mentre mi tremavano le labbra e sentivo le lacrime salirmi agli occhi. Ero dilaniata, confusa, in preda al caos più totale. Amavo lui, disperatamente, di un amore folle e impossibile, ma anche per Theoric provavo ancora qualcosa che forse era affetto ed amicizia. Non rispose, e io me ne andai in fretta. Corsi per le belle sale arredate, per il lungo corridoio di marmo rosso, ma quando arrivai di fronte alla porta intarsiata di rune, lui mi raggiunse, bloccandomi l’uscita. Posò la mano sopra la porta decorata, e i segni incisi sul legno si infiammarono, costringendolo a ritirarla in fretta. Era al limitare della sua prigione. Oltre la sua zona sicura. Di nuovo, mi afferrò la vita, di nuovo non volli tirarmi indietro, sebbene una parte di me gridasse disperata che le sue labbra, sulle mie, non avrebbero che portato un’altra ondata di euforia, dolore, incertezza, smarrimento, gioia e lacrime. Ma poi, le parole crudeli che mi aveva rivolto solo pochi minuti prima riemersero come una marea improvvisa: mi staccai da lui, lo fissai negli occhi. “Se non è amore, perché sei qui? Per confondermi? Non mi hai già fatto abbastanza? Perché infierisci?”

Dimmi che sbaglio, pensai. Dimmi che mentivi. Nessuna bugia, adesso, mi parrebbe più dolce. Oppure ingannami, sussurrami quello che vorrei tu mi dicessi. Invece scosse il capo e allentò la sua stretta, ed io gridai di rabbia e disperazione e dolore, e gli diedi uno schiaffo, fuggendo via senza voltarmi. Forse Loki rimase a fissarmi dietro la porta della prigione.

 

(continua?)

N.d.A.

Capitolo difficile. Difficilissimo. Quello su cui per più tempo ho lavorato. Ve l’ho fatto sudare, questo bacio, eh? Manca un solo capitolo. Volete sapere come finisce questa storia? Fatecelo sapere 😉

Disclaimer: i personaggi appartengono alla Marvel, eccezion fatta per quella povera anima di Sigyn, che viene para para da quel poco che viene detto di lei nell’Edda. Questa storia è stata scritta senza alcuno scopo di lucro

2 Commenti

  1. Emiliana 13 luglio 2016
  2. Cicale Chic 13 luglio 2016

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *