Bentornati Loki e Thor! Un omaggio al terzo film

Ebbene sì, signori Lettori. Questa settimana ufficialmente sono iniziate le riprese del terzo film della Marvel dedicato a Thor – con Loki, ovviamente. Ragnarok, si chiama, e le nostre perplessità le avevamo già espletate in uno dei primi post sulla nostra coppia di attori preferiti.

loki thor

Il momento è drammatico

La Captatio Benevolantiae delle Cicale Chic e la loro necessità di omaggiare l’ultimo film Marvel con Thor e Loki

“Ma tu, non hai qualche storiella su Loki?” chiede la Cicala Sara alla Cicala Claudia. Ovviamente è una domanda retorica. Ovviamente lo sanno tutte e due che c’è – anzi, ci sono. La domanda è solo una, semmai, quale t’aregge di posta’?

“Beh, ci sarebbe qualcosina di pubblicabile,” nicchia lei, arrotolando virtualmente il filo del telefono che non c’è, dato che sono al cellulare. “Però c’è un però. È una narrazione in prima persona.” Ora, voi non lo sapete ma è universalmente riconosciuto che la Cicala Claudia scriva meglio in terza. Però, come spiega con tecnicismi noiosi peggio del vostro libro di Antologia del liceo, questo narratore in prima persona serve in quanto sarebbe un narratore omodiegetico e non onnisciente e fu influenzato dalla lettura forsennata di un grande capolavoro della letteratura italiana contemporanea che ha stregato entrambe le Cicale, L’Amica geniale di Elena Ferrante. Ma tutti questi dubbi, in verità, nascondono un altro, atroce problema.

“La narrazione in prima persona mi preoccupa,” spiega la Cicala, “perché si tende sempre a voler identificare il narratore con lo scrittore, ma così non è. Si tratta solo di un mero artifizio letterario, ma se lo spiego potrebbe sembrare come quella volta che un tipo, sull’autobus, mi fece notare che avevo la tessera dell’auto infilata nella tasca posteriore dei jeans e, dopo il mio grazie lo so, fece una figura barbina epocale aggiungendo l’infelice ma non stavo mica guardando, eh. Eh no.”

“Ma vabbè, che ti frega, le nostre lettrici e i nostri lettori sono senz’altro intelligenti e capiranno sicuramente un simile artifizio letterario e perdoneranno altresì questo lungo cappello introduttivo e le tue fisime,” conclude la Cicala Sara.

Il primo approccio con la mitologia norrena, fu a sette anni con un libro intitolato Miti e leggende da tutto il mondo. Il secondo avvenne, tanti e tanti anni dopo, increspando le labbra di fronte a un film tratto da un fumetto che neanche sapevo che esistesse, in cui feci il dottor Pivetta della situazione esordendo con un “ma Loki e Thor non sono fratelli nel mito, neanche per niente.” Le belle interpretazioni di Tom Hiddleston e Chris Hemsworth, tuttavia, mi spinsero a leggere i miti e le saghe del nord, a dare un’occhiata veloce persino ai fumetti. Così mi sono imbattuta anche in Sigyn.

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Solo qualche mese e, finalmente, li rivedremo sul grande schermo! 🙂

Due minuti soltanto

Il principe Thor mi ha consigliato di scrivere. In verità, me lo ha ordinato, ma l’ha fatto al modo che credo debba essere il suo. Mi ha sorriso con gentilezza, mi ha detto parole di sostegno, stima, conforto: sostiene che raccontando i miei tormenti, la mie notti possano passare più serenamente, la mia anima guarire. Io credo che sbagli, che nulla di tutto ciò mi serva davvero, ma le ore della notte trascorrono con lentezza quando il sonno mi abbandona, così ho acceso una luce e ho preso carta e penna. Il foglio su cui sto scrivendo, ha la grana grossa e il colore giallino, come quelli su cui Loki scriveva, con la sua grafia bella ed elegante, l’elenco dei libri che desiderava ricevere nella sua torre. Non ne ho conservato nessuno, e me ne rammarico. Li consegnavo a Thor senza nemmeno aprirli, in fretta, quasi temendo che, se li avessi tenuti troppo tempo tra le dita, mi avrebbero potuto scottare. Lui li leggeva sempre con attenzione, davanti a me: aggrottava le sopracciglia, soffermandosi su quelle poche righe scritte, come se in esse fosse racchiuso qualche messaggio nascosto. Io lo osservavo quasi senza respirare, perché Thor era l’unico che avesse la capacità, anzi la ferrea volontà, di interpretare il comportamento del dio degli inganni. Un giorno, tuttavia, aprì il foglio piegato che gli avevo portato e, anziché corrugare la fronte come al solito, sorrise e mi porse il biglietto: oltre ai titoli di un paio di libri, credo che fossero resoconti di guerre antiche e scienze di mondi lontani, c’era scritto che ero graziosa, quando mi raccoglievo i capelli. Avvampai, e Thor rise del mio imbarazzo: sentenziò che quella era la prova, una delle tante, che eravamo vicini al nostro obiettivo.

Lo disse per rendermi ancora più partecipe del piano in cui mi aveva invischiata, ma io, all’epoca, ero in balia degli eventi. E Loki era imprevedibile: ogni sera, quando dovevo entrare nelle sue stanze, non avevo idea di cosa mi sarei dovuta aspettare, e quel complimento che mi aveva scritto non era che una piccola consolazione che mi aveva dato dopo giornate di malumore e sguardi torvi.

Loki. Il nome proibito. Il mostro da cui i genitori mettevano in guardia i propri figli, la notte. Le porte della sua prigione sono intarsiate da un groviglio di rune complicate, e mi hanno sempre messo addosso una certa ansia, ma la prima volta che le varcai entrai in fretta, senza nemmeno notarle. Chiudono un’ala del palazzo che, vista da fuori, corrisponde ad una torre altissima, ricoperta di verde edera. Ricordo che, da bambina, se alzavo ogni tanto gli occhi verso quelle pietre ricoperte di verde, perennemente in ombra, subito li riabbassavo col cuore che scoppiava nel petto, temendo che il mostro che le abitava, il traditore di Odino, venisse giù dalle feritoie scure e mi carpisse con i suoi artigli aguzzi. E allora, il cuore batteva nel mio petto di bambina, immaginando storie cupe e terribili, favole nere con lui come protagonista.

Non sapevo nulla, come nessuno dei nostri compagni di giochi, su come e perché il Padre di Tutto avesse rinchiuso il più feroce dei suoi nemici proprio lì, nel suo castello, e non l’avesse, invece, gettato legato in qualche grotta dimenticata, divorato dai draghi, trafitto da mille spade. La punizione era stata emessa anni e anni prima, e nessuno degli adulti era disposto a raccontarci quella storia. Il minimo accenno al prigioniero nella torre provocava, anzi, un timore reverenziale: le voci divenivano bisbigli che i bambini non riuscivano a captare, le porte e le finestre si socchiudevano leste, come se lui, dalla cima della torre in cui era rinchiuso, potesse sentirli e scendere giù, gettando malefici su tutti noi. Ma più le voci si abbassavano e negli occhi degli adulti captavo sguardi impauriti, più non resistevo all’impulso di lanciare qualche occhiata alle finestre buie della torre solitaria, augurandomi di vedere un’ombra attraversarle, fugace e terribile e, al contempo, sperando che non lo facesse. Non successe mai.

Col tempo, con il passare degli anni, smisi di cercare con lo sguardo segni che la torre ricoperta d’edera fosse abitata. E quando Theoric, il mio amico d’infanzia, il mio primo amore, era tornato dall’addestramento come guardia reale, più alto e più grosso di come me lo ricordassi, raccontando di come gli fosse stato affidato l’ingrato e pericoloso compito di controllare proprio il dio degli inganni, dimenticai di chiedergli del prigioniero rinchiuso, né che aspetto avesse, né come fosse quella prigione che tanto fervidamente avevamo immaginato nei nostri giochi d’infanzia. Theoric si scherniva del suo lavoro, abbozzava una serie di giustificazioni per non dir nulla, ritenendolo, forse, non degno di lode. Lui avrebbe desiderato combattere, diceva, non fare la cameriera. La sera, scendeva nella locanda e mi raccontava fino a tarda notte le imprese che avrebbe voluto compiere per, diceva, essere degno della mia mano.

Eppure, fu per colpa sua che incontrai per la prima volta il dio degli inganni. Venne da me, un pomeriggio di fine estate, chiedendomi di fargli un grandissimo favore. Thor era appena tornato vincitore da una battaglia lontana, e tutta Asgard era in festa. Lui mi disse che voleva, per una sera, assistere alla cerimonia del principe che rientrava trionfante dal Bifrost. Ma, per farlo, avrebbe dovuto saltare il suo incarico, una cosa inammissibile. Lui, però, aveva un piano.

“Entra tu nella stanza, alle otto in punto,” mi disse, “non un minuto di più, non uno di meno. Percorri il corridoio fino alla fine: troverai un tavolo. Poggia il vassoio, poggia i libri, non guardare da nessuna parte, porta via i piatti, le vesti, prendi la lista di ciò che vuole. Quando te ne vai, fai la stessa cosa. Non girarti né verso le stanze che danno sulla destra né quelle a sinistra: mi raccomando, è importante. Sistema tutto e vai via, senza voltarti. Tutto chiaro?”

Il primo impulso fu quello di rifiutare. Immaginai l’ira funesta di Odino abbattersi su di me, su di noi, sulla mia famiglia tutta; ma Theoric mi strinse le mani e mi guardò con uno sguardo supplichevole.

“Se mi vedesse, se mi parlasse?” soffiai. Theoric sorrise. “Non accadrà. L’avrò incrociato tre volte, in tutti questi anni, e mai m’ha parlato. Non rivolge la parola a nessuno, dicono gli abbiano tagliato la lingua. Nemmeno ricordo com’è fatto. Se sei svelta, non correrai nessun pericolo. Non gli interessa chi gli porta da mangiare. Non gli interessa di niente e di nessuno. Fidati, nemmeno si accorgerà che sei passata. Ci vorranno due minuti.”

Due minuti, due soltanto. Attraversare il corridoio, prendere la roba sporca, poggiare quella pulita, tornare indietro, chiudermi la porta alle spalle. Era facile. Theoric sorrideva gentile, tenendomi la mano tra le sue, e sul suo viso vidi l’espressione supplice e al contempo divertita che aveva fin da quando era bambino e mi tirava le trecce. Potevo resistere alla sua richiesta? Lui non si lamentava sempre della noia del suo compito ingrato, che chiunque avrebbe potuto svolgere, che una decisione apparentemente priva di senso imponeva fosse lui a compiere? E io, non sognavo sempre di vivere emozioni intense e irripetibili, come quelle che leggevo prima di addormentarmi nel letto? Ma la paura, la stessa che, da bambina, mi faceva lanciare sguardi ansiosi a quella torre solitaria sempre in ombra, d’improvviso mi riempì il cuore. Esitai. E allora Theoric, che aveva giurato di amarmi sopra ogni cosa piangendo e pregando sotto la mia finestra, mi supplicò ancora e ancora di accettare. Ed io, che avevo pianto e mi ero strappata i capelli per lui, che amavo da quando era solo un ragazzino timido e biondo che mi inseguiva agli stagni, con cui cacciavo nel bosco, sorrisi, ricambiai la sua stretta ed accettai, sciocca e stupida ragazza. Lui mi sollevò quasi da terra, stampandomi un bacio sulle labbra. Mi aveva appena spedito nella tana del lupo.

Due minuti, aveva detto, due soltanto. Ricordo che il corridoio si stagliava diritto davanti a me, di marmo, rosso e lucidissimo. La luce soffusa della sera che incalzava, spandeva bagliori dorati sulle pareti chiare, illuminava i bellissimi arazzi, si rifletteva sull’argenteria, rendendo ancora più maestoso quel luogo. Era dunque quella, la prigione del mostro? Me l’ero immaginata buia e fredda, un fetido labirinto abbandonato da secoli, al cui centro, incatenato da mille e più catene vi era lui, di cui tutta Asgard nemmeno pronunciava più il nome, inselvatichito e abbrutito dalla prigionia, più bestia che uomo. Loki, il dio degli inganni, capace di soggiogare interi regni solo con la sua voce, che più nessuno aveva udito, dal giorno in cui le porte della sua prigione si era chiuse dietro di lui. La lingua d’argento divenuta muta.

Attraversai il lungo corridoio e feci come mi era stato detto: tenni gli occhi fissi sul tavolo sebbene, con la coda dell’occhio, percepissi spazi, oggetti, luci provenienti dalle ampie stanze che s’affacciavano di lato, catturando la mia attenzione. Resistetti alla curiosità, ed iniziai a sistemare sul tavolo, più rapida che potei, le vivande ancora calde, la biancheria profumata, i pesanti volumi. Afferrai, dopo un istante solo di incertezza, il foglio piegato in due che conteneva le cortesi e formali richieste del prigioniero, e mi parve che quella carta sottile e giallognola quasi scottasse al contatto con le mie dita. C’ero riuscita, dopotutto. Era stato davvero facile. Mi diressi nuovamente verso la porta ricoperta da rune, ma mi sembrò che il ticchettio dei miei passi sul marmo rosso fosse più rumoroso, l’uscita più lontana, la luce del sole morente che filtrava dalle ampie finestre, che potevo solo indovinare, più calda e bella; continuavo a percepire gli ampi spazi che si dipanavano ai suoi lati, avrei potuto scorgerli con la coda dell’occhio, se avessi voluto, ma temevo di girarmi e scoprire che il labirinto spaventoso che avevo immaginato da bambina esisteva davvero, e io gli stavo semplicemente camminando di fianco. D’un tratto, un rumore improvviso, lo stridio di un corvo, forse, mi fece sobbalzare e, d’istinto, volsi il capo verso quel gracchiare già lontano. E trattenni il respiro.

Sullo splendido corridoio non si affacciavano stanze da incubo, con ceppi, catene e scheletri, ma salotti e verande, anticamere e studi, ammobiliati con eleganza e gusto, ricoperti di libri, che occupavano ogni tavolino, ogni mensola, ogni parete. Rimasi immobile, rapita. Pensai ai miei pochi volumi dalla copertina sfilacciata, macchiata, le pagine strappate, le parole ormai imparate a memoria, e desiderai poter possedere e leggere almeno uno di quei tomi così belli e ben tenuti. Non pensai che, forse, erano libri di magia oscura, scritti in rune complicate, in grado di evocare maledizioni atroci, né ragionai, mentre mi avvicinavo ad un tavolo su cui svettava una colonna di volumi diligentemente impilati, che non appartenessero a me, che il possessore se ne sarebbe potuto avere a male. La torre, del resto, pareva addormentata; non un rumore, un bisbiglio, un sospiro era salito alle mie orecchie, ad eccezione del corvo che aveva osato turbare col suo verso sgraziato l’immobilità di quel posto. Senza nemmeno rendermene conto, sfiorai con i polpastrelli la copertina in cuoio del libro posto in cima alla colonna, lo presi tra le mani, ne percepii l’odore di vecchio e di antico. Iniziai a sfogliarlo, toccandolo avidamente.

“Non è un libro adatto a te.” Una voce bassa, ma fredda, ruppe l’incantesimo. Il volume scivolò dalle mie mani, cadde a terra, ma non mi girai. Il nemico più temibile di tutta Asgard, imprigionato da Odino in una torre protetta da mille rune, il mostro che i bambini temevano la notte, il dio delle malefatte e degli inganni, era lì dietro di me. Che aspetto mi ero immaginata dovesse avere, il mostro, fin da bambina? Me l’ero figurato enorme e possente, come Odino, ma con l’aspetto fetido di un vecchio crudele, la pelle rugosa, macchiata e avvizzita, a testimonianza della malvagità del suo animo, e con occhi di brace, come si sussurrava ancora nelle taverne di Asgard, unica descrizione del dio degli inganni sopravvissuta all’oblio e data come reale.

Infine, mi voltai. E rimasi sorpresa. Era giovane, e bello. Alto e asciutto, con la pelle pallida, tirata, i capelli lunghi e scuri, così insoliti, e occhi, verdissimi e attenti, indecifrabili. Di brace, come dicevano gli ubriachi.

“Dov’è il ragazzo che viene qui tutte le sere? Com’è che stasera sei venuta tu? Chi sei?” domandò Loki Laufeyson scrutandomi dall’alto in basso.

Non poneva domande come il prigioniero che era, ma come il principe che era stato, come un re: c’era fierezza, nel suo modo anche solo di stare in piedi, ed eleganza, compostezza nella sua voce, nei suoi gesti: ma notai che negli occhi, invece, scintillava una luce ferina, che i suoi sguardi erano come lava bollente sulla pelle. Che dovevo fare? Mentire, proteggere Theo. Ma se l’avessi fatto, lui lo avrebbe capito. Probabilmente, non aspettava altro. Non era forse il dio degli inganni e delle menzogne, che avevo davanti? Decisi comunque che gli avrei detto una mezza verità, poiché il timore di mettere nei guai Theoric quasi superava quello per quel principe che mi fissava con aperta curiosità. Mi chiesi anche come mai il mio fidanzato, nei suoi racconti sempre scarni, non mi avesse mai detto quanto contrastasse l’immagine del figlio perduto di Odino con quello che ci eravamo immaginati per una vita.

“Sono Sigyn. Theoric sta molto male” spiegai, sperando che mi credesse.

Loki non disse niente. Mi scrutò in silenzio qualche istante, poi un lento, beffardo sorriso si disegnò sulle labbra sottili, scoprendo denti bianchissimi. “Tu menti, bella signora,” soffiò crudele. Fece un passo in avanti, io arretrai. “Cos’è che sei, per lui? Una sorella, una fidanzata?”

“La sua fidanzata,” risposi con un soffio.

Il ghigno di Loki si allargò. “Deve essere molto sciocco, o molto disperato, per mandare la donna che ama qui. Cosa ha combinato di tanto stupido per non poter chiedere che fosse un’altra guardia reale, a sostituirlo?”

“Il principe Thor è tornato,” mormorai, pentendomi immediatamente della risposta data. Vidi un guizzo di qualcosa scintillare negli occhi verdi del dio degli inganni, e tentai di interrompere quel contatto visivo, di abbassare gli occhi, allontanarmi. Ma non ci riuscii. Ero come incatenata al suo sguardo. “E Theoric si è ubriacato per festeggiarne la vittoria. Non era in grado di venire, ma se si fosse fatto sostituire, sarebbe stato punito.”

“Così Thor è tornato, trionfante,” mormorò Loki scandendo ogni sillaba, quasi ne assaporasse il suono che produceva nella sua bocca. Del soldato disobbediente, era evidente che non gli interessava più nulla. Estrasse dalla tasca un altro foglio di carta giallastra, vi scrisse sopra una frase convulsa, sottolineò qualche parola, afferrò la mia mano, me lo diede. Le sue dita erano fredde e sottili, il breve contatto fu quasi una scarica elettrica.

“Adesso vai, bella signora” disse spiccio, e fece per voltarsi e andarsene, ma l’interruppi.

“Mio signore, aspettate. Di Theoric, che ne sarà?”

Loki assottigliò gli occhi, riducendoli a due fessure. Pareva indispettito. Forse, non era abituato a qualcuno che osasse rivolgergli delle domande dirette. Oppure gli scocciava perdere ulteriore tempo con me.

“Credeva che nessuno se ne sarebbe mai accorto,” m’affrettai ad aggiungere, come se potessi migliorare le cose. Vidi che il ghigno di Loki si allargava sempre di più in una smorfia di disprezzo misto a commiserazione.

“Non ti dovresti preoccupare di lui, dato che lui non si è preoccupato di te,” osservò infine.

“Lui credeva che non vi sareste mostrato. Lui era certissimo che non mi avreste mai parlato” dissi piano, guardinga; sotto lo sguardo indagatore del dio degli inganni iniziavo a sentirmi come fossi una preda in trappola.

“Ma si è sbagliato. Ed ora sei qui, con me,” soffiò Loki.

“Non mi farete del male,” dissi.

“Tu dici?” mi rispose lui, col suo sorriso da fiera pronta ad azzannare.

Mi ero aspettata che lui confermasse che non avevo nulla da temere. Il dio degli inganni era lì, davanti a me, le braccia incrociate dietro la schiena, la testa leggermente piegata di lato, vicino ma non troppo. Non mi aveva minacciata, né blandita, anzi: era stato cortese e cordiale, e se non fosse stato per quegli sguardi penetranti che mi lanciava, che forse erano solo il suo modo abituale di guardare le persone e le cose, quell’incontro sarebbe stato assolutamente neutrale. Ma ora, la sua frase aveva ribaltato ogni cosa. Loki s’avvicinò ancora, come per osservarmi meglio, senza mai interrompere il nostro contatto visivo così intenso, fatto di fuoco.

“Tu non sai che cosa ho fatto,” sentenziò, abbassando leggermente il tono della voce, mentre il sorriso beffardo si spegneva appena sul suo viso tirato, “né ti rendi conto di cosa io sia, e non immagini cosa sarei capace di fare, anche a te, se solo lo volessi. Gli Aesir temono di nominare il mio nome, hanno cancellato le iscrizioni dove compaio, non raccontano di come io abbia scosso il trono di Hliðskjáf fin nelle sue fondamenta, seminato nei Nove Regni distruzione e morte.”

Era vicino, troppo. Immaginai che mi avrebbe fatta a pezzi, nella migliore delle ipotesi. Invece Loki mi scostò una ciocca dalla fronte, sorrise, divertito forse dal terrore che aveva scaturito in me, e disse, con voce carezzevole eppure ferma. “Adesso va’ a casa. E se vuoi divertiti a spaventare la gente, raccontagli pure della nostra chiacchierata.” Si avvicinò ad una finestra, senza più guardarmi, appoggiò le mani sul davanzale e si protese per guardare giù, all’esterno.

Feci un inchino frettoloso, sebbene lui non mi potesse vedere, ed esitai. “Che le Norne vi proteggano, mio signore. Vi prego, ditemi comunque che ne sarà di Theoric,” mormorai infine, pentendomi subito dopo di quell’avventatezza.

Il dio degli inganni non si mosse, ma a me sembrò che abbandonasse quella postura che era stata così fiera, che le sue spalle si curvassero, e le dita fredde e sottili graffiassero il marmo su cui erano poggiate. “Io non posso più decidere niente,” disse con voce stanca, un filo rabbiosa, e poi aggiunse, imperioso. “Adesso sparisci.”

Non me lo feci ripetere due volte. Corsi via, stando attenta a non far cadere la roba che tenevo in mano, ed uscii. Consegnai il biglietto e tutto ciò che avevo preso nella torre alle guardie addette a quel compito, amiche di Theoric, che gli avrebbero retto il gioco, e corsi in strada. È tutto finito, pensai mentre mi infilavo tra le viuzze che si stendevano intorno ad Asgard, e una pioggia, fitta e leggera cadeva sul selciato traslucido. Non sarei più salita sulla torre, non avrei più provato quell’ansia che mi aveva attanagliata prima di varcarne le porte pesanti, non avrei più incontrato quello sguardo da lupo, né sentito quella voce, ora calda come velluto, ora fredda come stalattiti di ghiaccio; ma a ripensare al dio degli inganni e la sua prigionia senza fine, provai una sensazione di disagio che non seppi identificare, come un peso sul petto.

Più tardi, quella notte, dopo aver servito birra e idromele agli avventori bagnati e infreddoliti, nella solitudine della mia stanzetta col tetto spiovente, così lontana dalle magnificenze di Asgard, scoprii che non m’ero lasciata completamente alle spalle la prigione dorata del dio degli inganni: dalla tasca del mantello ancora zuppo di pioggia, scivolò per terra un libro dalla copertina di pelle marrone. Lo fissai per un lungo minuto con gli occhi sbarrati, stringendo la stoffa pesante tra le dita, mentre fuori la pioggia cadeva incessante. Come ha fatto, mi dissi, a finire nella mia tasca? Come ha fatto lui ad infilarlo nel mantello senza io che vedessi, sentissi nulla? La paura, di nuovo, mi raggelò: quello non era che un piccolo assaggio, un’infinitesimale frammento del suo potere, che le alte mura di Asgard a malapena contenevano. La pioggia batteva ormai violenta sulle travi del soffitto, come se tutto il cielo stesse liquefacendosi in acqua torrenziale, che scavava, si insinuava, come il dio degli inganni, in ogni pertugio, ogni fessura, finché qualche goccia solitaria non trovava la via per cadere sul pavimento della stanza. L’acqua vicino ai miei piedi mi ridestò; mi affrettai a raccogliere il volume da terra. Odorava di pelle, di carta vergata. Lo rigirai tra le dita, sfiorandone il dorso, intagliato con rune dorate, i bordi perfetti e, senza rendermene conto, lo aprii, sfogliando le pagine, dalla fine all’inizio. Mi scorsero davanti agli occhi parole, rune, qualche bella incisione colorata; ma quando arrivai al frontespizio del libro, il respiro mi si bloccò: con una grafia bella e leggermente appuntita, una mano certamente fredda aveva scritto una frase: questo libro è più adatto a te. L.

Come spiegare i battiti del cuore che mi galopparono nel petto? Il dio degli inganni, che nessuno più ad Asgard si azzardava a nominare, mi aveva donato un libro, scritto una dedica. E quella copertina, che lui aveva toccato con dita gelide, ora era tra le mie mani: e io non solo stavo tastando qualcosa che era appartenuto al più pericoloso nemico di Asgard, ma avevo sfiorato anche la sua pelle, ne conosceva il tocco: e ora, quel breve contatto, rievocato nel letto, mi faceva tremare di paura e di qualcos’altro. Se fossi saggia, pensai, lo getterei all’istante nel caminetto, lascerei che bruciasse. Se lo trovassero i miei genitori e sapessero chi è L, mi caccerebbero di casa per aver solo osato guardargli quegli occhi così verdi; ma separarmi da quel volume era, per qualche oscura ragione, inaccettabile. Fissai, incapace di sfiorare l’inchiostro scuro, le lettere vergate con eleganza, quasi temessi che, se avessi posato i miei polpastrelli sulla carta, qualche incantesimo terribile sarebbe potuto scattare.

Il libro parlava di storie antiche, di amori e battaglie. Iniziai a leggerlo quella notte stessa, al sicuro sotto le coperte e, prima di addormentarmi, nascosi il volume con religiosa cura.

Tre giorni dopo, ad un’ora inconsueta, Thor Odinson in persona entrò nella locanda deserta. Indossava un mantello da viandante sopra gli abiti soliti, e sul viso bellissimo sfoggiava un taglio ancora in fase di guarigione, un lascito dell’ultima battaglia. Si sedette e puntò gli occhi azzurrissimi su nostro padre.

“Buon oste, portami da bere. Devo festeggiare un evento inatteso,” disse. La sua voce non era tonante e festosa, come l’avevamo udita tante volte, mentre parlava al popolo, dal terrazzo di Asgard. Aveva qualcosa di arrochito, una sorta di sottile disagio. Come se lui, principe degli Aesir, non sapesse trovare le parole di fronte a noi, umili locandieri.

Gli portammo un boccale di birra con la circospezione di chi creda di aver davanti non una persona in carne e ossa, ma una visione. Thor fece un cenno a nostro padre, lo fece sedere accanto a lui, gli disse di chiamare anche sua moglie e me. Solo quando ebbe tutta la famiglia al completo, si decise a proseguire.

“Tre giorni fa, è successa una cosa che ho aspettato invano per moltissimo tempo. Mio fratello Loki ha chiesto di vedermi. E, per la prima volta da quando è stato rinchiuso, mi ha parlato,” disse con voce grave.

I miei genitori impallidirono ancora di più al solo sentire quel nome. C’era una sola persona, in tutta Asgard, che non temeva di nominare il dio degli inganni, come se non fosse stato rinchiuso nella torre solitaria per espiare i suoi crimini e, anzi, ne parlava mostrando in maniera aperta di essere profondamente addolorato per quella prigionia, che pareva ritenere ingiusta, eccessiva, nonostante fosse stato proprio lui, Thor, a trascinare Loki in catene al cospetto di Odino, a gettarlo nella torre sbattendo il pesante portone. Il dio del tuono non si scompose di fronte allo smarrimento di noi ascoltatori, e proseguì.

“Avrete senz’altro sentito dire che, da quando nostro padre Odino ha emesso la sua sentenza di condanna, mio fratello Loki non ha più parlato. Sappiate che è vero. Loki non ha emesso una sola sillaba né con me, né con nessun altro. Non ha mai nemmeno tentato di fuggire. Ha vissuto tutto questo tempo come se il mondo oltre la prigione, semplicemente, non gli interessasse. All’inizio ho pensato che fosse la rabbia per la sconfitta, per la prigionia cui l’avevamo costretto, a provocare il suo silenzio, e l’ho lasciato stare. Del resto, ero adirato anche io con lui. Ma poi il tempo è passato, e mentre in me l’ira pian piano sbolliva, in Loki lo sdegno sembrava essersi moltiplicato. A nulla sono valsi i miei sforzi di convincerlo a parlare con me, sia pure per litigare o per maledirci. A nulla sono serviti i miei tentativi di far entrare nella sua prigione presunti amici o dichiarati nemici. Mai, in nessun caso, mio fratello ha avuto una reazione, una qualsiasi.” Sospirò, bevve un sorso di birra e proseguì.

“Fino a tre giorni fa, quando una ragazza, contravvenendo a ogni regola di sicurezza possibile, è entrata al posto della guardia addetta nella torre dove mio fratello è prigioniero. Dopo averla incontrata, lui ha chiesto di vedermi.” Fece una pausa, quasi cercando le parole adatte, poi mi fissò diritto negli occhi. “Quella ragazza è tua figlia, Isenwald.”

Sgranai gli occhi per la sorpresa, lo stupore e la paura. Come era possibile? Cosa avevo fatto? Perché ero entrata in quella dannata torre, perché mi ero andata ad impicciare, cosa mi era saltato in mente di vedere che tipo di letture facesse Loki? E, soprattutto, per quale ragione lui, il dio degli inganni rinchiuso nel suo sdegnoso ritiro, aveva deciso di rivolgere la parola proprio a me, dopo anni e anni, rendendo partecipe dell’accaduto persino suo fratello, il suo nemico giurato? Non feci in tempo a riprendermi dallo stupore, purtroppo. L’ira di mio padre esplose con violenza inaudita: si girò verso di me, stupefatto e fuori di sé. “Tu! Cosa hai fatto? Quel maledetto Theoric in quale incubo ti ha cacciata?”

Replicai che non avrei dovuto incontrarlo, tentai di calmarlo, gli dissi non è successo nulla, mi ha solo chiesto perché ero lì, provai a spiegare, ma non riuscii a sedare la sua rabbia.

“Non è successo nulla, dici?” domandò amareggiato, guardandomi con occhi pieni di terrore. “È già successo tutto, sciocca ragazzina. Lingua d’argento t’ha parlato e tu credi che sia cosa da poco? Lui ha buttato giù imperi, solo con le parole. Ti avrà stregato, solo con due frasi.” Si alzò, in preda all’ira, ma Thor fu più lesto di lui. Lo afferrò per una spalla e lo costrinse a sedersi.

“Ascoltatemi Isenwald, e voi pure signora e soprattutto tu, Sigyn. Io non posso tornare indietro nel tempo ed evitare che tu e mio fratello vi incontriate. E, in fede mia, nemmeno lo vorrei. Come vi ho detto, cercavo da lungo tempo un modo per potermi riavvicinare a Loki, nonostante tutto. Vedete, l’altro giorno io sono tornato vincitore. Ho vinto la battaglia, ma la guerra la sto perdendo. Asgard e i Nove Regni la stanno perdendo. Ho bisogno di Loki, delle sue strategie, della sua magia, per vincere. O sarà la fine per tutti noi. E non posso parlargli col cuore in mano, come sto facendo adesso. Se si accorgesse di quanto mi è indispensabile il suo aiuto, finirebbe per tradirmi. Tramite te, Sigyn, io forse posso riavvicinarmi a lui, sondare la sua disponibilità ad aiutarmi. Io ti chiedo di fare ciò che hai fatto l’altra sera. Entrare nella sua cella, parlare con lui, se vorrà farlo, osservare il suo umore.”

La mia testa iniziò a farsi pesante mentre il principe Thor seguitava a parlare. Da quanto, diceva, Loki stesse aspettando l’occasione giusta, non poteva dirlo. Magari covava un piano elaborato da anni e anni, oppure improvvisava: non importava, aggiunse. L’unica cosa di un qualche rilievo era lo spiraglio che aveva lasciato aperto al dialogo, e lui di quello aveva bisogno, continuò a spiegare. Vuole che io ti mandi da lui, aggiunse: non l’ha chiesto esplicitamente, ma sa esattamente che io sono qui, in questo momento.

“Quello che chiedi è troppo, mio principe,” disse mio padre con voce rotta. “Sigyn è ancora una ragazzina. Non puoi mandarla dal dio degli inganni solo perché lui ha voglia di giocare. Sacrificheresti lei, una fanciulla innocente, per la tua guerra? Non puoi promettermi,” continuò con le lacrime agli occhi, “che lui non le farà niente.”

Il dio del tuono corrugò la fronte, fece una lunga pausa. “Io credo che mio fratello le abbia già fatto qualcosa; che in questa situazione forse potremmo solamente limitare i danni.” Disse anche garantirò per lui, ma nessuno di noi gli credette.

Erano promesse vane. Ma sarebbe stato inutile opporsi. Quel giorno Thor era venuto col sorriso sulle labbra e parlava di suppliche, ma se mio padre non avesse acconsentito a lasciarmi andare con lui, il dio del tuono sarebbe tornato con l’aria severa, un drappello di guardie, e mi avrebbe comunque costretta a seguirlo. Interruppi la conversazione alzandomi di scatto e, rivolgendomi al principe degli Aesir, dissi che avrei acconsentito. Non sentii gli strepiti di nostro padre, le grida di nostra madre. Thor annuì grave, prese le mie mani tra le sue, con un gesto non dissimile da quello, fugace, fatto dal dio prigioniero nella torre. “Hai un grande coraggio, Sigyn. Inizierai stasera. Mi dovrai informare di ogni cosa: voglio che tu presti attenzione ad ogni sua frase, ogni suo gesto.”

Disse anche che, grazie al mio aiuto, avrebbe vinto senz’altro, e con lui tutta Asgard avrebbe trionfato. Promise ai miei genitori aiuti e ringraziamenti di ogni tipo, ma volle che partissimo subito, per andare a palazzo, e lo fece con la fermezza dell’erede al trono, che allora ancora non conoscevo. Presi con me poche cose – tra cui il libro che tenevo sotto il letto – e ci lasciammo la città alle spalle. Il viaggio fu breve, ma io non facevo che pensare alle cose importanti che avevo lasciato nella mia camera, a Theo, che non avevo potuto salutare; che ne sarebbe stato di lui, cosa gli avrebbero fatto per punire la sua trasgressione? Avrei potuto chiedere a Thor sue notizie, lo stavo per fare, anzi, ma lui mi anticipò. Iniziò a parlare di suo fratello, ma con difficoltà. Mi pareva fosse combattuto tra il desiderio di raccontarmi di lui e la necessità di dirmi il minimo indispensabile. Alla fine, dopo qualche frase tentennante, e parecchi schiarimenti di gola, si decise di passare direttamente alle raccomandazioni. Fu tramite queste che riuscì a parlarmi del dio degli inganni.

“Stai attenta,” disse. “Fai attenzione a non lasciare che ti sopraffaccia, non essere troppo compiacente, non assecondarlo. Suscita il suo interesse, stuzzica la sua intelligenza. Se ti riterrà interessante, non ti farà del male. Vorrà giocare e non schiacciarti.” Io annuii, ma quella parola, giocare, mi fece accapponare la pelle. Voleva fare con me come il gatto col topo? Per questo l’altro giorno mi ha lasciata andare, pensai, per poi riprendermi, farmi tornare, obbligarmi a restare? Di tutte le cose che Thor continuò a dirmi, sentii poco e niente. Solo quella parola seguitava a rimbombarmi nella testa, incessantemente. Giocare. Cosa ho fatto, mi ripetevo, quando ho accettato la proposta stupida e folle di Theo! Cosa abbiamo fatto, che ne sarà di noi adesso, che la vita è cambiata e non sarà più la stessa. Ma poi il tragitto finì, e mi ritrovai di nuovo di fronte ad Asgard dalle alte torri.

Il mio secondo incontro con Loki avvenne nemmeno un’ora dopo il mio ingresso nella nuova camera che Thor mi aveva assegnato. Se non avessi l’urgenza di scrivere quello che capitò, potrei lasciarmi andare, e descrivere la meraviglia che ho provato osservando il panorama che posso ammirare dalle finestre: un cielo trapuntato di stelle su cui spicca, meraviglioso e coloratissimo, il ponte d’arcobaleno, il Bifrost. Ma è meglio che faccia come mi ha suggerito Thor, e mi metta a scrivere ogni parola, ogni battuta, ogni gesto del dio degli inganni, perché mano a mano che scrivo, la penna scorre più veloce, il mio spirito si quieta.

Anche quella volta, dunque, con me parlò. A pensarci, allora come adesso, mi è sempre parso incredibile che per tutta la durata della sua prigionia, Loki si sia chiuso in un mutismo invalicabile. La sua voce è bella, i suoi modi sono cortesi: nessuno direbbe, conversandoci, che per lungo tempo abbia vissuto solo, rifuggendo ogni contatto esterno. Quando entrai nella torre, dapprincipio non lo vidi. Esattamente come tre giorni prima, attraversai il corridoio di marmo, ma quella sera lo cercai con lo sguardo, in quelle camere che avevo tentavo di ignorare. Mentre sbirciavo nelle belle stanze, notai tutta una serie di dettagli che testimoniavano la presenza del dio degli inganni: piccolezze, come un calice posto su un mobile, un libro aperto, le braci del caminetto semispente, che fino a qualche ora prima erano state fiamme che guizzavano allegre. Nella poltrona accanto al fuoco, probabilmente aveva letto per tutto il pomeriggio, dalla terrazza oltre la finestra forse mi aveva vista salire per le gradinate che conducono al palazzo. In quel momento mi sentii indiscreta. Stavo violando uno spazio privato, costruito con attenzione nel tempo. Che diritto avevo, io, di rimanere lì, non invitata? Stavo per tornare indietro quando notai che la tenda di broccato si gonfiava, mossa dal vento della sera: la finestra era aperta.

Uscii sulla terrazza, curiosa di sapere quale vista avesse il dio degli inganni quando voleva vedere il mondo, se da lì avesse potuto a scorgermi. Lui era là, una figura alta e scura che si stagliava alla luce del fioco tramonto. Faceva freddo, il vento mi spettinava i capelli, mi gonfiava la gonna, si insinuava, gelato, sotto gli abiti, facendomi rabbrividire. Ma Loki, che chissà da quanto tempo era lì, pareva non accorgersi di quelle raffiche taglienti. Il suo sguardo mi sembrò perso nel panorama bellissimo, e al contempo inquietante, che si stendeva sotto la sua prigione. Guardava le montagne innevate, che con le loro punte aguzze sembravano trafiggere il cielo rossastro della sera, e i campi, i boschi, i fiumi scintillanti alla luce del sole morente. Mi chiesi quanto dovesse essere penoso, poter guardare quello spettacolo ogni giorno, ricordare, magari, le strade, i campi, i boschi, e sapere di non potervi più tornare. Ma poi mi ricordai che il motivo per cui era chiuso in quella torre era lui stesso, che fu Thor, che ora lo voleva libero e accanto a sé, a dargli la caccia per tutti i Nove Mondi, che lo sconfisse e lo trascinò in catene di fronte al Padre di Tutto; che la pena riservatagli, che tutt’ora Loki stava scontando, era stata considerata da molti troppo mite. Gli domandai cosa stesse guardando.

“Oltre quelle montagne,” mi rispose Loki senza voltarsi, “c’è un passaggio segreto che conduce a Jotunheim, dove i lupi diventano ciechi.”

“Perché perdono la vista? Come è possibile?” chiesi, cercando di osservare meglio il suo profilo affilato.

Mi rispose, con la sua voce calda e bella, che nella terra dei giganti di ghiaccio le stagioni non si avvicendavano come da noi: si susseguivano inverni ad inverni, ora leggermente più miti, ora più freddi e glaciali. Così i ghiacci ora si ispessivano, ora s’assottigliavano e, allo stesso modo, i mari e gli oceani ora erano in forma liquida, ora erano solo immense distese di bianco. Quando il freddo diveniva più insopportabile e pungente, i lupi, affamati, si spingevano fin dove prima c’era il mare e correvano su quell’immensa lastra di ghiaccio, che i raggi del sole rendevano eterea ed abbacinante. Così, la troppa luce e la fame, accecavano le bestie fameliche, che morivano perdendo la strada tra gli oceani ghiacciati. Mentre raccontava, Loki si era finalmente voltato verso di me: sembrava rapito, come lo ero io, dal suono della sua stessa voce seducente, muoveva le mani dalle dita lunghe per l’aria frizzante. Smise di parlare. Aveva occhi brillanti, perché gli era piaciuto parlarmi di quelle cose su cui poteva solamente ragionare nel silenzio della sua testa. Il vento freddo, frattanto, non era cessato, anzi, soffiava con raffiche forti, che si tiravano a loro volta appresso nubi scure, cariche di pioggia. Ma erano ancora lontane, sarebbe piovuto solo l’indomani.

“Anche questo vento gelido viene da Jotunheim,” disse, “e se presti attenzione, potrai sentirci dentro gli ululati dei lupi disperati, le schegge di ghiaccio del palazzo di Utgardh che rovinano a terra, staccate dalla bufera che soffia, e soffia.” Mi pareva di sentire davvero tutti quei suoni, di vedere i lupi che cercavano cibo nella neve, raspando con le zampe, mentre i loro versi salivano al cielo, il ghiaccio si cristallizzava su per le torri aguzze di Utgardh, spazzata dalla neve, minacciosa e scura in mezzo a quel deserto bianco. Le parole di Loki erano vive, vibranti; il loro potere immaginifico pareva frutto di un sortilegio, tanto era brillante la sua capacità oratoria. Ma quando ebbe finito di raccontare, mi mandò via in modo spiccio, come la volta precedente. Non alluse minimamente al fatto di essere sorpreso nel rivedermi, né mi chiese del libro che mi aveva regalato. Andai via, e quando mi richiusi il pesante portone intarsiato alle spalle, infilai senza pensarci la mano nella tasca del mantello. Tirai fuori un piccolo cristallo a forma di fiocco di neve.

Mi sono chiesta molte volte se fosse possibile che Loki sapesse del mio arrivo. Thor mi disse che il fratello non aveva chiesto esplicitamente la mia presenza. Ma forse se lo aspettava. Sapeva che la sua richiesta di incontrare Thor, per il dio del tuono, era stato qualcosa di inatteso, di insperato. Sicuramente aveva immaginato che il fratello gli avrebbe assegnato me, nella speranza di proseguire quella tregua che pareva essersi instaurata tra loro. Che bisogno c’era dunque di mostrare una falsa sorpresa di fronte alla mia comparsa?

La vicenda, narrata nelle saghe, non ha ispirato solo me...

La vicenda, narrata nelle saghe, non ha ispirato solo me…

Il cristallo che mi diede quella sera, lo conservo ancora oggi. Me lo rigiro tra le dita anche adesso, mentre ti scrivo. I primi tempi le cose non andarono sempre così bene, con il dio degli inganni. A volte era scuro in volto, nervoso, e mal tollerava la mia presenza. Altre, pareva compiacersi nello spaventarmi. In quelle occasioni mi fissava con gli occhi divertiti e un sorriso beffardo, domandandomi cosa sapessi delle sue malefatte, cos’è che si dicesse in giro di lui. Ascoltava le mie mezze frasi con aria compiaciuta, le braccia incrociate dietro la schiena, come se fosse assai soddisfatto del terrore che provocava ancora tra le strade di Asgard. Ma lasciava che fossi io a parlare. Lui si limitava ad ascoltare, non svelandomi mai se quelle storie confuse corrispondessero alla verità almeno in parte, o fossero solo frutto di fantasie.

A quel tempo, io mi appuntavo, in una specie di diario, tutto ciò che succedeva tra me e Loki. All’inizio ero stata spinta dal timore che Thor mi chiedesse dettagli precisi su suo fratello. Poi mi ero resa conto che il dio del tuono non mi avrebbe mai chiesto di leggergli ciò che annotavo. Si limitava a chiamarmi in giardino, in un punto ben lontano dalle finestre di Loki e, mentre passeggiavamo tra le rose profumate, mi chiedeva di parlargli del fratello. In genere ascoltava e basta. Io vivevo quegli incontri con la medesima ansia che provavo ogni volta che mi avvicinavo alla soglia della prigione di Loki: alle volte temevo di parlare troppo, altre troppo poco. Gli omettevo certe frasi fastidiose, pungenti come stilettate che, ogni tanto, il dio degli inganni pronunciava su di lui, ma avevo l’impressione – come l’ho tuttora, – che Thor sapesse benissimo, abbia sempre saputo cosa gli dicesse il fratello alle spalle, e di come io lo coprissi. Allo stesso modo ho quasi la certezza che Loki sospettasse che Thor mi avesse chiesto di riferirgli ogni cosa e, dal canto suo, mi testasse con domande che sembravano innocue ma che, certamente, non lo erano. Credo volesse vedere fino a che punto avrebbe potuto parlare con me, fin dove avrebbe potuto spingersi. Loki non si fidava di nessuno – non si era mai fidato di nessuno- e, in quel periodo, nemmeno di me. Mi studiava, con quel sorriso obliquo sul volto, fissandomi con i suoi chiari e penetranti occhi da lupo, domandandomi con finta distrazione se mi mancasse la mia famiglia, o Theo, se avessi letto quel tale libro, o quell’altro.

C’erano sere in cui negli occhi di Loki non guizzava alcuna luce divertita, ma si affastellavano ombre cupe; sul suo viso affilato il sorriso storto e affascinante cedeva il posto ad una smorfia amara, le rare frasi erano crudeli e cattive. E io, immobile di fronte a lui, mi torcevo le mani e non sapevo che fare. Quando il cielo prendeva sfumature rossastre e l’aria tiepida profumava di fiori, il suo umore peggiorava. Come se la calda primavera, con i suoi fiori, i suoi odori, gli ricordasse ancora di più quella prigione stregata. Stravaccato sulla sua poltrona, osservava spesso le montagne che si intravedevano dalle ampie finestre, forse sperando di scovare ancora quel passaggio segreto che conduceva verso altri mondi. In quei momenti, non voleva parlare. Mi concedeva qualche occhiata torva, tornando poi a concentrarsi verso l’orizzonte color caramello. Allora io tornavo nelle mie stanze stringendo il biglietto di carta che mai mancava di compilare, sentendomi profondamente in colpa per non essere riuscita a parlargli, come se dipendesse esclusivamente da me che lui mi rivolgesse la parola. A volte, quando il malumore di Loki si protraeva per più giorni, arrivavo a pensare che non avrebbe più parlato nemmeno a me. Che sarebbe ripiombato nel suo mutismo sdegnoso, ed io avrei disatteso le speranze di Thor.

Certe sere, invece, il malumore di Loki si sfogava in una inquietudine rabbiosa. Allora rimaneva confinato nelle stanze che aveva adibito a studio, sfogliando con dita nervose le pagine dei grossi tomi che studiava, annotando convulsamente appunti su appunti, senza alzare nemmeno il capo verso di me. Ricordo che una sera pioveva. La pioggia scrosciava lavando via ogni cosa, lasciando le torri di Asgard lucide e fredde. Loki non mi parlava da molti giorni, né si palesava, ed io temevo che la mia presenza a palazzo fosse diventata ormai inutile. Probabilmente, non gli interessavo più. Alla luce crepuscolare e tetra di quella sera bagnata, le belle stanze del principe mi parvero più tristi. Mi sembrò che tra i mobili e gli arazzi vi fosse qualche ombra troppo lunga, spettrale, il lungo corridoio più sinistro. Ogni tanto, un lampo squarciava il cielo nero, cui seguiva il rombo del tuono lontano. E mi si stringeva il cuore, pensando a quanto dovesse essere deluso ed arrabbiato Thor per il fallimento della nostra missione. Fu quel pensiero che mi spinse a cercare Loki.

Fino a quel momento, era lui che si era fatto trovare nelle stanze attigue al corridoio, facendo in modo che ci incontrassimo. Ma non quella sera. Nelle altre stanze che aveva a disposizione, il dio degli inganni aveva mantenuto la medesima eleganza di quelle a me già note. C’era, tuttavia, qualcosa di diverso. Che stonava. Un caos ordinato, oggetti che in apparenza non si combinavano gli uni con gli altri ma che davano un senso di completezza a quell’ambiente. Cose di altri mondi, tenute non come reliquie da osservare, ma come oggetti da usare. Lo studio era la stanza più grande. C’era, appesa ad una parete, una cartina fatta a mano da lui, di incredibile bellezza, che raffigurava l’Yggdrasill, l’albero sacro, e tutti i Nove Mondi. E rotoli di pergamena, volumi sparsi ovunque, compassi, astrolabi, clessidre e ogni altra sorta di oggetto di studi.

Ma una furia era passata in quella stanza, come fosse un tornado: il pavimento era invaso di carte abbandonate, fogli appallottolati e gettati via con malagrazia e, allo stesso modo, molte altre cose recavano i segni tangibili, evidenti, della rabbia del dio degli inganni che aveva distrutto i bei strumenti, spiegazzato i fogli fittamente scritti, stracciato le formule annotate con perizia.

In mezzo a quel disordine, Loki sedeva alla lunga scrivania ingombra di cose, con le spalle alla lugubre finestra su cui battevano, incessanti, grosse gocce di pioggia. La sua mano, bella ed elegante, correva rapida sulla pergamena ruvida, tracciando con la sua grafia appuntita e corsiva annotazioni complicate. Le sopracciglia nere erano corrugate e, sebbene avesse assolutamente sentito il mio arrivo, sapesse che ero lì di fronte a lui, non alzò gli occhi verso di me. Vidi, distintamente, che la piega severa sulle sue labbra si tramutava in una smorfia malcelata.

Quando finì di scrivere la formula – o il concetto – in cui era immerso, finalmente, alzò i suoi occhi indagatori su di me. Mi osservò come se mi vedesse per la prima volta.

“Non hai trovato le mie disposizioni sul tavolo?” domandò freddamente.

“Sì. Ma non vi vedevo da molti giorni, mio signore, e volevo accertarmi che steste bene,” risposi in fretta. Loki strinse gli occhi, come per fissarmi meglio, e replicò duramente alle mie parole, alzandosi in piedi.

“Nessuno ha mai osato venire fino a qui, nelle mie stanze private. Questo è un terribile oltraggio.” Si avvicinò ancora. La sua voce roca e calda aveva assunto toni metallici, gli occhi scintillavano d’ira. Indietreggiai, terrorizzata dalla sua reazione e, a quella vista, un mezzo sorriso si dipinse sul suo viso affilato.

“Tuttavia, è divertente constatare come le guardie di Asgard abbiano meno coraggio di una ragazzina curiosa” sentenziò, e mi accorsi che quelle scintille nei suoi occhi non erano solo dovute all’ira.

“Mi piace chi disobbedisce agli ordini,” aggiunse avvicinandosi a lenti, lunghi passi. Ma io non mi rilassai. Il tono divertito di Loki tradiva ombre scure, e io avevo le spalle al muro.

“Ma tu,” soffiò vicinissimo a me, “tu non hai disobbedito ad alcun ordine. Thor ti ha chiesto di cercarmi.”

Pronunciò il nome di suo fratello con lenta soddisfazione, e mi accorsi che il mio sguardo era incatenato al suo, verdissimo e scintillante, come quello di una fiera pericolosa. Il dio degli inganni era di fronte a me, e stava cercando di spaventarmi.

“Perché?” domandò retorico. Al principe Thor serviva l’aiuto di suo fratello. Quella era la ragione del mio essere lì. Io lo sapevo, così come lo sapeva Loki. E ora lui era vicino, troppo, e con un braccio mi bloccava l’uscita. Ebbi paura, lui se ne accorse e ghignò, compiaciuto. Se avessi gridato, nessuno mi avrebbe sentita. Potevo avvertire il suo seiðr, intorno a me, che fluiva potente, pervadendo ogni cosa; e potevo sentire il suo odore, di pelle e cuoio, tanto era spaventosamente poco lo spazio che ci separava.

“Vuole il vostro aiuto,” ammisi infine.

Non riuscii a mentire a quegli occhi così verdi e taglienti. Lui rise, e si scostò da me.

2 Commenti

  1. Emiliana 8 luglio 2016
    • Cicale Chic 8 luglio 2016

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