Bentornati Loki e Thor! L’omaggio delle Cicale pt.2

Volendo omaggiare il ritorno di Tom Hiddleston e Chris Hemsworth rispettivamente nei panni di Loki e Thor, le Cicale hanno pensato di omaggiarvi con una scrittura creativa, nonostante le perplessità che la Cicala Claudia nutre nei confronti della scrittura in prima persona che tu, lettore intelligente, sai essere solo un mero artificio retorico per rendere più personale il punto di vista interno e non onniscente della protagonista, Sigyn.

Episodio 2 (con solita captatio benevolantiae verso i lettori, Thor e Loki)

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“E se non fa ridere? E se i nostri Lettori sono abituati a cose divertenti e leggono questa storia e pensano dio mio che palle, meglio sarebbe se mi cadesse la connessione internet?” la Cicala Claudia, dovete averne pietà, prima posta, poi si fa prendere da mille dubbi amletici.

La Cicala Sara, tuttavia, è abituata a codesti ripensamenti a cose fatte, e cerca di tranquillizzarla nel più antico dei modi. “Chettifrega,” soffia. “Di cose che fanno ridere abbiamo già quasi pronta quella cosa là e poi quell’altra iniziativa là, e come non scordarsi la terza cosetta di qua. Quindi, se per una volta posti una cosa seria, va bene, dai. Poi ci stanno questi incipit dementi a strappare qualche risatina, no?”

“Uhm,” soffia la Cicala Claudia che, quando non si trova di fronte ad una borsa, con questo mugugno vuole dire più o meno “lo so che hai ragione, ma non posso dartela così, damblé, subito.”

Dunque, se volete leggere la prima parte di questa storiella, seguite il link. Se ve la ricordate abbastanza bene, ficcatevi in questa letturina.

Nello scorso episodio: il dio degli inganni è stato sconfitto da Thor e rinchiuso dentro ad una torre, dove vive da tempo imprecisato in un severo mutismo. Tale situazione si sblocca improvvisamente quando Sigyn, figlia di locandieri, per fare un favore al fidanzato Theoric, entra nella prigione del mago. Ahi ahi ahi!

Proposte

Vuole il vostro aiuto,” ammisi infine.

Non riuscii a mentire a quegli occhi così verdi e taglienti. Lui rise, e si scostò da me.

“Dopo tutto questo tempo,” soffiò, “è rimasto il solito ingenuo.” Forse mi inganno, e molti mesi sono passati da allora, ma credo che ci fu un’ombra di rimpianto, nel modo in cui pronunciò quella frase. Disse che non avrebbe aiutato Thor. Che non gli interessava sapere cosa avesse spinto il possente dio del tuono ad invocare il suo aiuto. E aggiunse, freddamente, che era ora che me ne andassi.

Il principe scosse il capo mestamente, quando gli dissi come Loki si fosse rifiutato anche solo di stare a sentire cosa volesse da lui. Ma si sorprese, e molto, quando gli raccontai di come fossi giunta fino al suo studio.

“Non lo avresti mai raggiunto, se lui non l’avesse voluto” mi rivelò, “stanne pur certa. Il suo seiðr ti avrebbe confuso, riconducendoti all’uscita.”

Dunque Loki aveva lasciato che lo trovassi. E aveva finto sorpresa, stupore, per la mia comparsa. Mi aveva ingannata, facendomi credere di essere piombata in un suo spazio privato, quando in verità mi aspettava. Tutto per terrorizzarmi e costringermi a rivelargli i piani di Thor. Mi irrigidii. Ero stata così sciocca da sottovalutare il principe caduto di Asgard, famoso nei Nove Regni per essere il dio degli inganni. Avevo forse pensato che Loki si limitasse, nella sua prigione, ad essere uno studioso privo di compagnia alcuna, dedito alle sue rune, alle sue formule? Mi ero lasciata incantare dai suoi modi cortesi, dai racconti brillanti che mi aveva fatto? Mi coprii il volto con le mani per la vergogna, ma il figlio di Odino mi consolò.

“Oh Sigyn, non sentirti in colpa” disse, “avrebbe ingannato anche me. Ha ingannato anche me, ogni volta.” Ombre scure gli velarono gli occhi chiari, una smorfia amara si dipinse sul suo volto, ma subito si dissiparono. “Loki ha voglia di giocare, parla, reagisce, ti stuzzica: vedrai che ci aiuterà. Vuole solo farsi desiderare,” disse.

L’ottimismo del figlio di Odino mi spinse a replicare, il giorno appresso, quel medesimo incontro. Di nuovo attraversai i corridoi riccamente ammobiliati della prigione d’oro del dio degli inganni. Pensai, mentre sfioravo con le dita le poltrone imbottite, le copertine dei libri, le tende che decoravano le ampie finestre, che ero impudente. Non solo. Ancora una volta, mi stavo lasciando trascinare in una delle trappole che il dio degli inganni aveva teso apposta per me; di nuovo mi attirava, o mi lasciavo attirare, nelle sue grinfie. Di nuovo, mi avrebbe fissato con i suoi occhi verdi, da fiera, capaci di leggere fin dentro l’anima, e si sarebbe avvicinato, così tanto da poter sentire l’odore della sua pelle. Tremai, a quel pensiero, come tremo tutt’oggi. Non era solo di paura, quel brivido freddo che mi scivolava lungo la schiena mentre mi avvicinavo al suo studio. Era qualcos’altro, di nuovo e profondo, che mi si insediava nelle viscere, annodandomele. Giunsi senza difficoltà alcuna nello studio di Loki.

Il cuore mi batteva fortissimo nel petto. Lui era alle prese con un incantesimo. Tra le sue dita bianche ed affusolate, aveva preso vita una scia verdastra, luminosa. Il dio degli inganni mormorava rune e fissava, con occhi incantati e persi, la magia plasmarsi tra le sue mani eleganti. Il fascio di luce gli illuminava parte del volto, rendendo più scintillanti i suoi occhi già inquieti, facendo risaltare il suo profilo affilato. Il seiðr, luminosissimo, iniziò a prendere forma, a plasmarsi. Divenne fuoco, poi una stella, infine esplose in mille schegge lucenti, che andarono a formare una costellazione a me ignota. Vidi, sul suo viso rischiarato dalla luce, l’ombra fugace di un sorriso vero. Poi la magia si dissolse, la luce smeraldina svanì, e rimase solo la luce del sole che moriva ad occidente ad illuminare i nostri volti.

Dissi che la sua magia era stata meravigliosa.

Mi rispose con un’alzata di spalle. “Un trucco da bambini. Di nuovo vieni a spiarmi nei miei spazi privati,” osservò invece.

“Di nuovo, lasciate che io li raggiunga,” mormorai io, e lui parve soddisfatto da quella risposta.

“Thor te l’ha detto. Dimmi, l’ha presa bene?” domandò candidamente, avvicinandosi a me.

“È convinto che ci ripenserete. Dice che il fatto che sia qui, con voi, e vi parli, sia segno evidente della vostra apertura verso la causa,” risposi. Non gli piacquero le mie parole. Mi guardò freddamente, e disse che il principe era tronfio ed arrogante e credeva di sapere ogni cosa, di conoscere ogni cuore. Ma non era così. Mi liquidò guardandomi appena, e solo la sera seguente scoprii, nel messaggio consueto che avevo trovato nell’ingresso, che mi aveva trovata graziosa, con i capelli acconciati. E mentre Thor rideva soddisfatto per quella inaspettata galanteria, io mi chiedevo cosa albergasse nel cuore e nella mente del dio dalla lingua d’argento, il principe degli Aesir ribelle, colui che col suono della sua voce incantata sapeva piegare al suo volere interi imperi, il dio degli beffe che da quando era stato rinchiuso nella sua prigione stregata non aveva praticamente più emesso suono con chicchessia e che, solo per me, forse per gioco, forse per seguire un piano ben congegnato, aveva ripreso a parlare, dopo anni.

Un'altra opera raffigurante il mito di Loki e Sigyn

Un’altra opera raffigurante il mito di Loki e Sigyn

Mano a mano che i giorni passavano, l’ansia che mi prendeva ogni volta che entravo nella prigione di Loki, si attenuò. Nonostante fossi costantemente sotto il suo sguardo vigile e attento, era cortese e gentile. E come ho già raccontato, certe sere era loquace. Eppure io non sapevo niente di lui. Non sapevo nemmeno da quanti anni durasse di preciso quella prigionia. Loki evitava di parlare di sé e delle sue imprese nefaste: non faceva mai riferimento al tempo che aveva trascorso fuori da quella torre. A volte, dalla terrazza, scorgeva le navi e le carrozze di ospiti venuti da lontano per omaggiare il Padre di Tutto. Se le loro insegne erano troppo lontane, Loki s’informava con me sulle ambascerie. Io gli snocciolavo nomi e titoli, e lui pensava, con lo sguardo perso, a dare un volto a quelle figure che aveva visto muoversi in lontananza. A volte sorrideva: li aveva conosciuti, un tempo, e mi raccontava qualche aneddoto divertente, in cui lui non compariva mai. Azzardare a domandargli qualcosa, sarebbe stato fuori discussione. Ogni volta che provavo timidamente a uscire dai canoni soliti delle nostre conversazioni, avvicinandomi appena a qualcosa che riguardasse lui e il mondo di fuori, da cui era esiliato, vedevo il suo sguardo farsi di ghiaccio, il suo sorriso ridursi ad una smorfia infastidita. E poi se ne andava, adducendo stanchezza, fame, desiderio di non avermi davanti agli occhi.

Capii solo molto tempo dopo quanto la prigionia gli avesse fiaccato l’anima, logorato i nervi, alterato i normali ritmi del sonno e della veglia. Quanta rabbia covasse, quando vedeva i cortei venuti da lontano fermarsi ad Asgard, divertirsi e, soprattutto, partire, fuggire lontano, lasciarsi alle spalle i Nove Regni. Per vagare nell’Universo, visitando quei luoghi e quei popoli che un tempo aveva avuto modo di incontrare e che, giorno dopo giorno, perdevano la consistenza della realtà, si tramutavano in ombre, in parole scritte. E tutta quella disperazione, anziché incanalarsi, come forse avrebbe dovuto, nella distruzione totale di quella prigione dorata, affinché assieme alle cose rotte si scaricasse anche la frustrazione, veniva imprigionato in uno studio febbricitante e tormentato, nel disperato tentativo di mantenere la mente salda sulla realtà, senza scivolare via nella follia, senza perdersi nei ricordi della gloria passata. La punta di quell’iceberg di dolore, la scoprii quando già erano alcune settimane che mi occupavo di Loki.

Una sera, entrando nelle sue stanze, mi accorsi che il cibo che gli avevo portato era rimasto nel piatto, intatto. Sospirando, mi misi a cercarlo. Lo trovai nel suo studio, chino sopra una grossa lente. Decifrava rune, credo: con un occhio era appoggiato alla superficie vitrea e ingrandente e, ogni tanto, alzava leggermente il capo e annotava, con la sua grafia elegante, qualche parola su un foglio. Quando mi sentì arrivare, alzò l’occhio libero verso di me.

“C’è qualcosa che posso fare per te?” domandò con il suo abituale tono cortese.

“Non avete toccato cibo,” risposi senza nessun preambolo, nessun giro di parole.

Lui parve pensarci, poi annuì distrattamente, tornando ad occuparsi delle sue rune. “Non era di mio gradimento,” spiegò.

“Avreste potuto dirmelo; vi avrei fatto portare qualcos’altro,” replicai. “Dirò al cuoco di fare attenzione ai vostri gusti, e preparare solo cibi che vi siano graditi.”

Di nuovo Loki alzò gli occhi dalla lente. “Fatica sprecata. Non sanno di dover cucinare per me.”

Domandai il perché, stupita. Quante cose non sapevo di quel compito che dovevo svolgere, del dio degli inganni e della vita che conduceva tra quelle mura! Lo vidi chiaramente piegare le labbra in una smorfia di disappunto. “Perché se lo sapessero tenterebbero di avvelenarmi, oppure nasconderebbero delle lime nei miei piatti.”

Credetti che stesse scherzando, che fosse una battuta e, sorridendo, gli dissi che esagerava, mentre tentavo di sbirciare, incuriosita, il tavolo ingombro di pergamene e volumi e strani strumenti di misurazione.

Loki sorrise, alzando finalmente lo sguardo verso di me. “Affatto. Ci hanno già provato. Come se mi servisse una lima per uscire da qui,” aggiunse con una risata beffarda.

Non riuscii a capire se quella frase voleva dire che una lima gli sarebbe stata inutile, per poter uscire, o se non gli servisse nessuno strumento per scappare da lì: che rimanesse recluso di sua spontanea volontà. Dentro di me, una vocina sottile mi suggerì che era proprio quello ciò che Loki stava dicendo: non stavo portando da mangiare ad un animale in gabbia, abituato alla cattività, reso inoffensivo dalle catene, ma ad una fiera selvaggia che, pur avendo la possibilità e il potere di scappare, rimaneva tuttavia dentro il suo perimetro, pronta a sbranare all’occorrenza. Loki aveva utilizzato, com’era sua abitudine, una frase volutamente ambigua e spiazzante: voleva che credessi che entrambe le possibilità fossero reali e possibili, cercava di confondermi, far sì che rimuginassi nel letto alle sue parole, che mi tormentassi, le riferissi a Thor. Voleva scombinare le carte, seminare confusione. E ci riuscì.

“Nondimeno potrei portarvi io qualcos’altro” aggiunsi con tono mite.

“Nondimeno,” ribatté lui alzando nuovamente gli occhi, “posso e voglio ancora poter scegliere cosa fare e cosa non fare. O dovrei accettare passivamente tutto ciò che il mondo di fuori mi impone solo perché sono chiuso qui dentro?” le sue parole erano colme d’astio e di fierezza, e gli occhi brillavano dall’ira. Li per lì ebbi paura, ed arretrai, e vidi Loki sorridere compiaciuto al mio indietreggiare. Gli piaceva, che gli altri lo temessero. Fui sul punto di andarmene, di fuggire via; ma in mio soccorso vennero le parole di Thor. Com’è che mi aveva detto? Fai attenzione a non lasciare che ti sopraffaccia, non essere troppo compiacente, non assecondarlo. Suscita il suo interesse, stuzzica la sua intelligenza. Se ti riterrà interessante, non ti farà del male. Se fossi scappata, capii, avrei assunto la posizione della preda terrorizzata; Loki avrebbe raggiunto il suo scopo, e io avrei perso tutto il vantaggio che avevo accumulato quando avevo osato, per leggerezza ed ingenuità, varcare i suoi spazi privati, rivolgergli la parola, a lui, lingua d’argento, che sapeva incantare con la sua voce e le sue parole chiunque fosse così incauto da lasciarsi stregare da lui.

loki

Lo sguardo fisso e freddo e un po’ lupesco

Anziché scappare, mi avvicinai. Loki non mosse un muscolo, non alzò un sopracciglio: si limitò ad osservarmi con quegli occhi scintillanti d’ira, senza mostrare sorpresa o dispetto. Ma io so che lo spiazzai. Ci divideva solamente il tavolo ingombro. Poggiai le mani sulle sue, sempre così fredde: lui lasciò che ci fosse quel contatto. Mi sfidava ad andare avanti, voleva vedere fin dove arrivassi. Gli dissi che non potevo sapere, comprendere il suo malessere. Mi disse con un sorriso sbieco che avere pena per lui era il più grave errore che potessi fare. Strinse la mia mano e, senza mollare la presa, girò attorno al tavolo.

“Non ti illudere che mi salverai. Non pensare che la tua gentilezza, le tue premure, possano smussare gli angoli del mio carattere, del carattere di chiunque. Non diventare come quelle donne che si immolano per salvare uomini tormentati, che cercano di addomesticarli, placare le loro sofferenze, lenire i loro vuoti. Ti voteresti ad una sofferenza inutile.”

Altre volte ancora avrebbe sottolineato che credere al potere salvifico dell’amore era menzogna, inganno: che le persone bisognava prenderle per ciò che erano, con i loro difetti, i loro errori, i loro sbagli, senza tentare di cambiarle, senza illudersi di poterle rendere altro da ciò che erano mentre, con mani nervose, mi cercava la pelle, mi mordeva le labbra.

 

Vicinanza

I baci di Loki, il loro ricordo, mi infiammano anche adesso che, sola, scrivo nel bel mezzo della notte. Il cuore prende a battermi più forte, il corpo avvampa, quasi ricordasse la stretta delle sue dita gelate, il tocco ardente delle sue labbra, la voce sinuosa che mi mormorava parole sconnesse nelle orecchie. Chiudo gli occhi, cercando di rievocare quel contatto: le sue braccia nervose, i capelli sottili, l’odore della sua pelle e, per un momento, mi illudo di riuscire a ricordare con esattezza il suo tocco, i nostri corpi che si stringono. Ma è solo un istante: in realtà sono sola, il camino è ormai quasi spento, e la candela accanto a me non è che un moccolo mezzo consunto. Il dio degli inganni è molto lontano da qui, perso nell’universo, e non so se tornerà. Il primo bacio, Loki Odinson me lo diede all’improvviso, nel bel mezzo di una litigata, per dispetto. E io, col cuore che sussultò a tradimento, mi vendicai di quell’affronto con uno schiaffo violento. Gli avevo detto che avrei accettato la proposta di matrimonio di Theoric. Mi rispose che il mio innamorato mi avrebbe prosciugato l’anima, abbrutito l’esistenza; che non l’amavo né l’avevo mai amato. E me lo avrebbe dimostrato.

L’interesse di Loki Odinson per le mie vicende sentimentali non credo nascesse dall’amore o dalla gelosia. Era, piuttosto, il fastidio che gli causava immaginare che, se fossi diventata la sposa di Theo, la mia curiosità si sarebbe affievolita, schiacciata dai compiti di una moglie, non ispirata dal marito che mi ero scelta. Come ho detto, le prime volte che andavo nella torre, spesso Loki era scostante: i suoi toni erano sì cortesi, ma freddi, talvolta nemmeno badava alla mia presenza. Lo trovavo affaccendato tra astrolabi e compassi, cartine e pozioni. Tentava di ingannare il tempo, affinando quell’arte in cui era già un maestro. Io varcavo appena la soglia dello studio, lo osservavo chino sui libri, la fronte corrucciata, un’espressione seria sul viso. Sapeva che ero lì, a pochi passi da lui, eppure non alzava gli occhi verso di me, fingendo di essere troppo assorto nei suoi studi: probabilmente, sperava che andassi via, che lo lasciassi alle sue abitudini, ai suoi testi complicati.

Ma io non potevo permettere che mi ignorasse: avevo un compito, dovevo evitare che ripiombasse nel silenzio sdegnoso in cui si era rinchiuso per anni; dovevo fargli anelare la libertà abbastanza da abbassarsi a cercare nuovamente un dialogo con suo fratello, il principe Thor. Dovevo cercare un contatto, trovare dentro di me il coraggio di rivolgergli la parola anche quando palesemente si stava dedicando ad altro, abituarlo alla mia presenza. E poi, volevo sapere cosa studiasse con così tanta passione, che cosa contenessero i libri che, continuamente, portavo nelle sue stanze, a che servisse quella strumentazione che vedevo sparsa sui tavoli. Partii da lì, prima con timide, vaghe domande, poi con quesiti sempre più specifici.

All’inizio Loki non parve farci caso. A volte spiegava e raccontava, illuminandosi quasi, e negli occhi verdi io scorgevo un bagliore nuovo, come quando mi aveva parlato di Jotunheim. Altre, mi rispondeva distratto, a monosillabi, apparentemente troppo impegnato nelle sue polverose ricerche. In entrambi i casi mi liquidava sbrigativo appena esaurita la sua spiegazione, come fosse impaziente di rimettersi sui suoi tomi. Ma man mano che i giorni passavano e io insistevo con le mie domande, Loki prese a fissarmi con attenzione; credo trovasse curioso che non desistessi dal chiedergli il perché e il per come di tutto ciò che mi capitasse in mente. Cominciai a notare che si concentrava sulle mie domande, che era meno sbrigativo nelle risposte. Nutriva un malcelato disprezzo per gli abitanti di Godhaimer, che credo giudicasse stolti e impulsivi, e intuivo che provasse un sottile piacere nell’interesse per il mondo del seiðr e della scienza che dimostravo. Lo vedevo dal modo in cui mi scrutava, assottigliando gli occhi felini, dal principio di sorriso che mi sembrava di scorgere sulle sue labbra. Pian piano iniziò a testare quella mia curiosità. Voleva scoprire fin dove arrivasse, quali fossero le mie conoscenze. Mi suggerì dei testi su temi che mi aveva illustrato, me li diede distrattamente, e attese. Io lessi avidamente tutto ciò che mi passava. Scoprii, in quei volumi polverosi, che le pagine erano state chiosate a suo tempo da una mano infantile, che ancora non aveva raggiunta l’eleganza affusolata con cui un giorno avrebbe impartito ordini dalla sua prigionia.

Riconoscere la grafia di Loki, vedere com’era stata prima della cattività, prima di tutti i disastri e la distruzione portata nei Nove Regni di cui ancora sapevo poco e niente, prima di tutto quello che gli era capitato, quando era solo un ragazzino e nessuno si sarebbe aspettato le sventure che avrebbe causato un giorno, fu strano. Ricordo che rimasi a fissare quelle lettere leggermente sbiadite, senza riuscire a collegare l’uomo prigioniero della torre con il ragazzino che era stato. Non credo ci fosse alcun intento pietistico, in quel gesto. Loki detesta i sentimentalismi, le smielature di ogni sorta; se potesse leggere queste righe, direbbe con una smorfia che lui ha studiato su quasi tutti i libri che si trovano ad Asgard. Che trovare sue annotazioni, dunque, non è un evento raro, è strano il contrario, di non cercare nessi o significati reconditi dove c’è solamente il caso; e aggiungerebbe di lasciar perdere con questi discorsi melensi, di scrivere di ciò che accadde quando lessi i libri su cui anche Loki aveva passato notti insonni.

Ebbene, mi appassionai a quelle letture. Le divoravo la notte, nel letto; mi appuntavo righe o passaggi che ritenevo importanti, cercavo collegamenti, mi esaltavo quando venivo a capo di ragionamenti, teorie filosofiche, formule. Leggevo e studiavo in una condizione di grazia: mentre nella locanda dei nostri genitori ero costretta a farlo di notte, di nascosto, nascondendo spesso i miei testi logori sotto le assi del pavimento, leggendo e rileggendo sempre le stesse pagine consunte, ora avevo a mia disposizione tutti i volumi che volevo. Nessuno aveva da ridire se, il pomeriggio, mi sedevo nei giardini ricoperti di rose che erano appartenuti alla defunta regina con un libro in mano, anzi. Thor apprezzò molto quel mio interesse: disse che era il punto d’incontro con suo fratello, che Loki avrebbe iniziato pian piano a prendere più confidenza con me, che io avrei potuto rendergli accettabile l’idea di aiutare Asgard a vincere la guerra lontana. Mi incoraggiò, ordinando che nessuno mi disturbasse durante le mie letture, concedendomi di poter passare quanto tempo volessi nei giardini di sua madre.

saorsie ronan

Se dovessi dire a quale attrice potrebbe assomigliare la Sigyn che ho immaginato, direi che sarebbe simile a Saorsie Ronan

Loki, al contrario del fratello, non si dimostrò mai entusiasta di quella mia passione. Continuava a testare i miei ragionamenti, le mie letture, con la circospezione con cui avrebbe preparato una pozione mortale, ma non mi spronò mai apertamente. Mi forniva i mezzi, indirizzava le mie letture, ma lasciava che fossi io a decidere: voleva che fossi autodidatta, che non pendessi dalle sue labbra per ogni conoscenza. Voleva qualcuno con cui parlare che non fosse una sua creatura, uno specchio delle sue competenze, almeno credo. Certi pomeriggi mi stava ad ascoltare, seduto sulla balaustra di quella terrazza da cui spirava sempre un vento gelido, che ci scompigliava i capelli, faceva svolazzare i mantelli, mi gelava le mani. Mi poneva qualche domanda, rifletteva sulla mia risposta, senza mai smettere di fissarmi. Allora mi pareva quasi che non fossimo dentro ad una torre da cui lui non poteva uscire, che Loki non fosse il dio degli inganni condannato da Odino ad una reclusione eterna, ma che potessimo uscire di là ed andare ovunque volessimo; e tale sensazione si acuiva ancora di più quando ero io a domandare, e lui a rispondere. E se prima mi limitavo a qualche spiegazione, più leggevo e prendevo confidenza con il figlio perduto di Odino, più sommavo domanda a domanda. Furono giorni esaltanti. Mi svegliavo al mattino non vedendo l’ora di poter discorrere con il dio degli inganni di tutto quanto avevo studiato, appreso, meditato. E lui mi sarebbe stato a sentire, col suo sguardo acuto fisso su di me, l’espressione del viso apparentemente distante, e avrebbe aggiunto qualcosa, una frase, un dettaglio, che mi avrebbero spinta a cercare altri testi, a sfogliare altre pagine, a scrivere convulsamente nuovi appunti, oppure mi avrebbe detto “è un piacere rispondere a una così bella ragazza,” col suo sorriso da lupo.

Perché mi sorrideva a quel modo, per ribadire, anche a se stesso, quali distanze c’erano tra noi, come mi ripetevo nel silenzio della mia stanza? O per mascherare l’effettivo orgoglio che provava per i miei progressi negli studi? Al tempo, non trovai risposta. Ma di fronte al quel ghigno terribile, che sul suo viso era comunque piacevole e bello, mi sarei dovuta chiedere se dovessi temerlo davvero, e in quale misura, così come avrei dovuto prestare attenzione e non dimenticare che tutti i Nove Mondi tremavano al solo udire il suo nome: quando abbassavo la guardia e mi rilassavo, lui pareva accorgersene, e subito tornava a delimitare lo spazio che c’era tra noi: lui era l’Ase rinchiuso fino al Ragnarok, io l’Asinna figlia di locandieri capitata per caso nella sua prigione. Ma in tutta quella gioia, in tutto quel trasporto, dimenticai Theo.

Theoric non era stato esiliato tra truppe poste ai confini dei Nove Regni, come minacciato dai suoi superiori quando lo avevano sbugiardato. Thor in persona lo aveva graziato, per me, disse. Lo aveva chiamato nella sala del trono per fargli una lavata di capo terribile. Disse che aveva sputato su un onore grandissimo, cui lui stesso, il dio del tuono in persona, avrebbe adempiuto volentieri, se solo gli impegni di principe cui era costretto e l’odio acclarato che suo fratello sbandierava nei suoi confronti gliel’avessero permesso. Disse anche che era un miracolo che Loki avesse deciso di comportarsi con me da persona civile, che mi aveva messo in una gravissima posizione. Poi, a denti stretti, sibilò che sarebbe stato retrocesso di grado a soldato semplice e, se mai avesse fatto un altro sgarbo simile, l’avrebbe sbattuto in cella e ce l’avrebbe fatto marcire. Theo non la prese bene, così come non apprezzò affatto che io avessi preso il suo posto. Riteneva così assurda la cosa, da iniziare a sostenere che fosse tutta una trama del dio degli inganni. Scaricò su Loki ogni responsabilità del suo gesto; è lui, disse, che mi ha fatto credere di essere poco meno di un’ombra, senza mai palesarsi; invece mi scrutava, aggiungeva con odio, conosceva ogni mio movimento, e ha atteso, oh se ha atteso, l’occasione propizia, un mio passo falso. E quando aveva visto me entrare nelle sue stanze, aveva deciso che ero una visione migliore di lui e, per tenermi accanto a sé, aveva fatto in modo di rendere palese la disobbedienza di Theoric. Se l’avesse scritto in cielo con la magia, diceva, l’avrebbero notato meno persone, invece lui aveva scelto di parlare con Thor. Il dio del tuono credeva che su molte cose Theo avesse ragione, a dirla tutta, ma riteneva che, comunque, lui avesse sbagliato a mostrare il fianco così apertamente a suo fratello. Sapeva chi era Loki: come aveva potuto pensare di abbassare la guardia in modo tanto sciocco e sperare che l’altro, conosciuto come il dio delle astuzie e degli inganni, se ne stesse zitto a guardare?

L’idea che il dio degli inganni mi avrebbe portata via da lui si fece strada dentro Theo: iniziò ad avere paura che rimanessi affascinata dalle sue maniere, dalla sua aria tenebrosa e maledetta; che mi stregasse con le sue arti magiche. Disse che temeva che mi avrebbe fatto del male, e prese a recarsi sotto la torre, in un punto da cui Loki, se si fosse affacciato, lo avrebbe senz’altro scorto, per aspettare che finissi di svolgere i miei compiti e riaccompagnarmi nelle mie stanze. Pensai che fosse gentile, fui lusingata dalle sue attenzioni. Fu Theo a parlarmi, in quelle passeggiate serali verso le mie stanze, di ciò che Loki aveva compiuto. Lanciava uno sguardo alla torre solitaria e scura, maledicendo il dio degli inganni che certamente, a suo dire, ci spiava mentre andavamo via, e iniziava a raccontare al suo modo, nervoso e sconclusionato, i misfatti del principe. Mi parlò di accordi e inganni fatti con un titano lontano, di conquiste efferate tra i Mondi, di trattati stipulati con i Nani di Nidavellir, con gli Elfi Scuri di Svartlfheim; e ancora, battaglie sanguinose, incantesimi atroci, patti orribili. Voleva che provassi orrore per Loki, che provassi terrore e disgusto nei suoi confronti. Invece, io lo ascoltavo e tentavo di coniugare l’Ase esperto di magie, scaltro e astuto quanto selvaggio e irrequieto, che non si fermava davanti a niente e nessuno, col principe prigioniero nella torre, i cui modi cortesi e l’aria imperturbabile si incrinavano appena davanti ad un libro che cercava da tempo, mentre spiegava una sua qualche teoria brillante. Possibile, mi dicevo, che Loki, che aveva passato mezz’ora a dimostrarmi con calcoli e rune com’era fatta una stella, i cui occhi brillavano come ad un bambino di fronte alle magnificenze della natura, potesse essere la stessa persona che era ritornata da Svartlfheim imbrattato di sangue fino ai gomiti?

Contrariamente a quanto si auspicava Theoric, i suoi racconti non sortirono l’effetto di allontanarmi da Loki, di spaventarmi. Anzi, iniziai a cercare i segni di quella furia di cui mi aveva parlato nei gesti eleganti delle sue mani, nei guizzi di soddisfazione che gli rischiaravano lo sguardo quando leggeva qualcosa di brillante. Avevo di fronte agli occhi tutti i giorni uno studioso di magia, abile col seiðr, completamente disinteressato ai mondi e agli universi fuori della sua torre; quando accennavo alla paura che serpeggiava tra i Mondi, alle notizie inquietanti che iniziavano a giungere ogni giorno dal fronte, alla preoccupazione di suo fratello, si stringeva nelle spalle e diceva che non lo riguardava, che era solo un prigioniero. Oppure, cambiava semplicemente discorso. Eppure, mi dicevo, in un passato non lontano, quei mondi aveva provato ad assoggettarli, conquistarli, piegarli a sé con ogni mezzo, a qualsiasi costo. Erano due facce della stessa medaglia, che pure si dovevano intersecare ancora l’una con l’altra. Ma non davanti a me.

Iniziavano a spirare, in quei giorni, i venti della guerra che ancora oggi ci prostra, ci affligge. Nei mercati i venditori cominciavano ad esibire meno cose, la gente si accalcava a comprare. Asgard si preparava alla guerra, mobilitava le armate, radunava gli alleati, intensificava i corsi di addestramento all’uso delle armi. Dalla sua torre, Loki certamente scorgeva ed osservava le delegazioni straniere che omaggiavano Odino, le navi piene di soldati che salpavano verso le zone degli scontri. Ma sapevo che rimaneva a fissarle con le braccia incrociate dietro la schiena, come avrebbe guardato la pioggia che cade, il sole che tramonta. Un giorno quel pensiero mi innervosì. Erano arrivati dai confini della galassia i corpi dei caduti delle ultime battaglie; avevo visto le madri piangenti gridare il loro dolore sordo e cieco al cielo, le mogli graffiarsi il viso, maledire il creato, e avevo provato un malessere che si era trasformato in rabbia, quando avevo visto il principe Thor venire verso di me, il viso pallido e tirato, l’aria preoccupata. Mi aveva sorriso e, come al solito, mi aveva chiesto di Loki: non col solito tono rilassato di sempre, ma con un’ansia malcelata; aveva bisogno di lui, e il dio degli inganni dov’era? Ad esaltarsi per qualche runa dimenticata, per il bel passo d’un libro. Eppure avrebbe potuto scendere in campo, chiamare suo fratello, dirsi disponibile a combattere al suo fianco. Thor dovette capire il mio risentimento, perché si affrettò a trovare delle giustificazioni alle mancanze di Loki. Disse che gli serviva ancora del tempo, che stavo facendo un ottimo lavoro, che presto tutto si sarebbe risolto, ed affrettare le cose si sarebbe potuto rivelare un errore. Ma non riuscì a calmarmi. Quando salii alla torre, quella sera, lo affrontai.

Gli raccontai ciò che avevo visto, ciò che succedeva, non col tono vago che avevo usato le altre volte, ma con veemenza. Gli dissi che suo fratello si muoveva senza sosta per tutti i Nove Regni, che non dormiva da giorni; che la gente, per strada, aveva paura di vedere da un momento all’altro piombare dal cielo navi nemiche, distruzione e morte. Che si vociferava che lui fosse un grande stratega, il migliore, ma che, anziché rendersi utile, anziché riscattarsi offrendo il suo aiuto, se ne stava lì, a leggere libri, ad osservare il suo mondo che si disfaceva pezzo dopo pezzo. Che era egoista, che forse aveva paura ad uscire. Perché non coglieva l’occasione per farlo? Dissi tutto questo senza mai fermarmi un istante, mentre sentivo le gote, la gola, il petto che avvampavano. Loki mi stette a sentire fino alla fine. Non disse una parola. Mi fissò tutto il tempo col suo sguardo attento e troppo verde, le labbra serrate. Quando ebbi finito, si alzò come se sulle sue spalle gravassero tutti i rami dell’Yggdrasill e si avvicinò.

“Chi ti ha detto cosa ho fatto?” domandò serio. Nessuna luce, nessun guizzo attraversò il suo sguardo, nessun sorriso si affacciò sul suo volto affilato. Gli dissi che lo avevo sentito dire dai soldati, non ebbi cuore di rivelargli che era stato Theo a parlarmene. Loki aggrottò le sopracciglia, rimase in silenzio: distolse i suoi occhi da me, li lasciò scivolare lontano, oltre la finestra aperta. Pensai che lo conoscevo abbastanza da sapere che non mi avrebbe risposto mai. Invece, dopo un tempo che mi parve lunghissimo, posò di nuovo le iridi verdi sulle mie e, con voce distante, come se non stesse davvero raccontando di sé, parlò.

“Chiesi a Thor un favore, quando mi sconfisse. Che mi uccidesse, che ponesse fine alla mia vita. Avevo provato a raggiungere il mio scopo con ogni mezzo mi fosse venuto in mente. Avevo fallito. Chiesi di non essere condotto in catene da Odino, di nuovo. Di non essere sottoposto al suo giudizio. Non mi ascoltò. Eppure io e lui siamo cresciuti qui, ad Asgard: ci hanno insegnato da sempre che morire in battaglia, feriti a morte, imbrattati di sangue, per mano di un nemico valoroso, è più onorevole e dignitoso che crepare di vecchiaia o di malattia dentro ad una gabbia.” Sentii un velo di rabbia nella sua voce, poi stirò le labbra nel ghigno consueto, e proseguì. “Ma questo onore il dio del tuono non me l’ha voluto fare. Ha lasciato che venissi portato come una bestia rara in mostra davanti ad Odino. E una volta giunto lì, sai cosa fece il Padre di Tutto?”

Loki

Dissi di no con un soffio di voce e Loki allargò ancora di più il suo sorriso beffardo e cominciò a raccontare, con la voce vellutata e carezzevole che usava quando mi voleva incantare. Ma il suo racconto non fu bello: mi graffiò l’anima, mi turbò. Il tono della sua voce era allegro, scanzonato, mentre mi diceva che, quando lo vide malconcio e ferito, accanto al possente dio del tuono dall’aria contrita, Odino rise. E quando ebbe finito, lo fissò col suo occhio terribile e azzurrissimo e gli disse che sarebbe stato tanto generoso da assecondarlo, concedendogli la morte per cui aveva supplicato. Ma non come credeva lui, precisò. Schiattare in battaglia, disse Loki quasi ridendo, era un privilegio che spettava ai grandi guerrieri, agli Aesir più valorosi. Non certo a lui, che aveva osato mischiare la spada e la magia, che con la sua lingua biforcuta aveva colpito più di quanto facesse un soldato. No, a lui non sarebbe toccata una morte onorevole, aveva deciso Odino, ma un penoso contrappasso, ecco quello che avrebbe meritato. Lo avrebbe fatto rinchiudere nella torre, gli aveva detto ilare, e avrebbe buttato la chiave. Avrebbe ricoperto ogni porta, ogni pietra, ogni angolo, di rune potenti, che gli avrebbero impedito la fuga. E se pure fosse riuscito a fuggire, a rompere quella prigione di segni potenti, ne sarebbe uscito così fiaccato e debilitato da rimanere senza la protezione del seiðr, lui che della magia aveva fatto la sua arma più potente. E questa sarebbe stata la sua vita finché il tempo non avesse perso di significato, finché lo spazio non si fosse contratto, fino a che il Ragnarok non avesse spazzato via ogni cosa. Avevi detto che mi avresti ucciso, disse di aver sussurrato Loki al Padre di Tutto; e mi raccontò che a quella affermazione Odino aveva ghignato e gli aveva detto che sarebbe morto per il resto dei mondi e delle galassie, anche se avrebbe continuato a respirare. L’oblio, disse, è il contrappasso cui ti maledico: cancellerò ogni riga, ogni testo, ogni immagine che ti rappresenti, ti riguardi; non verranno raccontate storie sul tuo conto, non verrà nominato nemmeno il tuo nome. E presto, aveva aggiunto, tutti lo avrebbero dimenticato. Così lui, che chiamavano lingua d’argento, che aveva piegato imperi ed eserciti con l’astuzia dei suoi ragionamenti, le cui storie si raccontavano in ogni dove, sarebbe diventato presto o tardi un’ombra dimenticata, e persino le cose che aveva compiuto per dare lustro ad Asgard sarebbero state occultate per sempre. Dimenticato, obliato, finché non si fosse dissolto, questa era la morte che Odino gli aveva concesso. Mi disse che Thor si pentì di non averlo ammazzato da uomo libero, quando aveva potuto. Che provò ad intercedere presso il padre, ma il sovrano di Asgard non volle sentire ragioni. Di se stesso, delle reazioni che ebbe a quelle parole, mi rispose sempre beffardo e distante, che gridò e strepitò e lo maledisse orribilmente; sperava di suscitare le ire di Odino a tal punto da spingerlo a conficcargli la lancia nel petto, così da farlo fuori risparmiandogli quell’inutile tortura. Ma il Padre di Tutto, disse Loki con una risata fredda, non ci cascò, e mi fece portare via in catene.

Quello che successe dopo, fu Thor a raccontarmelo: mormorò che Loki, mentre lo trascinavano via, maledisse anche lui; che lo supplicò con parole strazianti, per l’amore fraterno che li legava, di impedirgli quella fine così lunga e spaventosa, di utilizzare su di lui il martello forgiato dai Nani, il Mjollnir; ma quando aveva capito che Thor non l’avrebbe fatto, che non sarebbe mai stato in grado di farlo, nemmeno per salvarlo, aveva sbarrato gli occhi e gli aveva gridato che era un codardo. Fu l’ultima parola che gli disse. Alla torre, aggiunse Thor, Loki fu condotto solamente il giorno seguente. Sfilò a testa alta, con la principesca fierezza che gli era congeniale. Dello stravolgimento del giorno prima, non c’era traccia. Passò attraverso la folla vociante, che ammutoliva al suo passaggio, ed entrò nella prigione dov’era tuttora rinchiuso. Quel racconto mi rimase così tanto impresso, che quella notte ne sognai dei dettagli, e così la seguente e quella appresso.

Dopo avermi raccontato quel momento terribile, Loki assunse un tono noncurante. Disse, come se nessuna confidenza ci fosse stata tra noi, che ero pedante. “So che Thor ti chiede di riferirgli tutto ciò che ci diciamo,” esordì con un guizzo furbo negli occhi, “come so che, alcune cose, tu gliele nascondi. Forse posso anche capire la preoccupazione che nutri per questa guerra che ormai si sta abbattendo persino su Asgard, ma ritenere che io possa aiutare il dio del tuono, dopo tutto il tempo passato qui dentro, è sciocco. Il mondo fuori è cambiato, e io sono solo un’ombra di ciò che ero. Thor lo sa.”

“Non è un motivo vero,” dissi. “A lui serve uno stratega. Il migliore. E vuole qualcosa di imprevisto. Vuole te.” Gli avevo riferito frammenti sparsi delle frasi del principe ereditario, l’avevo lusingato. O almeno, ci avevo provato. Il dio degli inganni rise brevemente. “Quando mi ha rinchiuso qui, Odino è stato davvero lungimirante. Non può farmi uscire,” disse, e tornò ad occuparsi dei suoi libri, delle sue rune, dei suoi calcoli, senza far caso alla mia presenza. Scivolai via dalla torre turbata quella notte, e a Theo, che mi aveva aspettato ben oltre il consueto, dovetti apparire distante, con la testa tra le nuvole. Mi chiese più volte cosa mi avesse fatto il dio degli inganni, finché io gli risposi bruscamente che ero stanca e volevo essere lasciata in pace.

Riferii tutto a Thor quella sera stessa. Lo bloccai mentre si recava ad un banchetto, spuntando dall’ombra di una colonna: mi prese da parte e ascoltò con attenzione. Ogni frase, ogni gesto, ogni espressione di Loki fu raccontata nel modo più preciso che potei. Quando finii, Thor diede un pugno violento alla colonna dietro cui ci eravamo appartati, poi mi chiese scusa e poggiò la fronte corrucciata sul freddo marmo. Una parte di me aveva sperato che Loki mentisse. Che tutto quel racconto fosse finzione: una bugia per spaventarmi, uno scherzo stupido. Non era lui che era chiamato dio delle beffe, degli inganni? Invece mi aveva detto la verità. O almeno, una parte.

Qualche giorno fa io e Thor abbiamo parlato. È stato quando mi ha consigliato di scrivere. Mi ha detto ciò che successe quando sconfisse Loki. Il suo racconto è stato molto più carico di dettagli rispetto a quello che mi fece Loki quando lo affrontai nella torre, eppure le sue frasi erano scarne, tentennanti: non avevano la liricità, la poesia di quelle di Loki, la medesima oculatezza nella scelta delle parole, delle pause, delle figure retoriche, accompagnate dai gesti ampi delle mani, dalla sua voce vellutata e bassa. Ma il suo resoconto è più vero di quello del mio principe dalla lingua d’argento. L’ho letto nei suoi occhi, l’ho sentito nella sua voce incerta. Di tutto ciò che mi ha detto, una frase mi è rimasta impressa più delle altre. “Mio fratello,” mi ha detto, “era già stato sconfitto, piegato. Odino infierì su un’anima già spezzata.”

Ho cercato per tutto questo tempo di capire perché Loki non si decidesse a fuggire; perché non cogliesse l’occasione offerta da Thor per fingere di aiutarlo ed andarsene. Per quanto mi sia sforzata di cercare qualche traccia che gettasse una nuova, più comprensibile luce a quanto accadde, non l’ho trovata.

Tornai alla torre per scusarmi, quella sera, ma quando entrai la voce di Thor mi colse di sorpresa. Era venuto a parlare con Loki. Se fossi tornata indietro, forse mi avrebbero sentito, avrei interrotto quell’evento così raro e così importante per Asgard; ma rimanere ad ascoltare non sarebbe stato comunque sconveniente, scortese? Non sapevo cosa fare, così rimasi dov’ero, nascosta e, mio malgrado, ascoltai quella conversazione. Notai che Loki, sempre così compassato, sedeva scomposto su una poltrona, mentre Thor, in piedi, parlava. Nominava luoghi, persone, eventi, che forse il dio degli inganni aveva conosciuto. Lui dal canto suo, lo stette a sentire, e quando il dio del tuono ebbe finito, gli rispose con un ghigno cattivo. “Tu non sai perdere” sibilò.

“Non posso perdere. È diverso,” specificò Thor. Vidi che gli si avvicinava, che si sedeva di fronte a lui, che protendeva tutto il corpo massiccio verso quello, asciutto e nervoso, del fratello. “Non consegnerò l’Universo intero nelle mani del Titano. Se ci fossi tu, al mio fianco, potremmo vincere. La tua magia e la mia spada. I tuoi piani e il mio braccio. Come quando eravamo ragazzi. Sconfiggeremmo chiunque.”

Negli occhi di Loki passò un lampo di luce. Fu rapido, inatteso. “Ne sei sicuro?” domandò. “Quello era un altro luogo, un altro tempo. Non può più tornare.” E rise, e disse che non avrebbe mai combattuto né per Asgard né per lui, né per se stesso. Che Asgard bruci, disse, così diventerà cenere e rovina, come sono io adesso, ombra tra i vivi, senza più nome, senza più uno scopo, senza una patria da dire propria, un genetliaco che indichi un legame, uno qualsiasi. Io li spezzai quei legami, disse alzandosi, perché erano falsi, andavano recisi. Tornassi indietro, lo rifarei, non una ma cento volte, perché ho sfidato la sorte, ho perso, e mi sarei preso tutte le responsabilità del caso – ero pronto a prendermele, a discendere in Hel e ad osservarvi dal Regno dei Morti – ma tu, tu vigliacco, tu codardo, tu, che possa il Titano infliggerti la più brutta delle morti, tu hai lasciato che mi facesse questo. Indicò se stesso, il luogo dov’era rinchiuso con un ampio gesto del braccio. Sai che non posso fuggire, non posso uscire: se lo facessi, perderei per sempre il seiðr, e senza seiðr io sono niente, sono polvere, sono un’immagine che nemmeno posso riconoscere allo specchio. Sono solo una cosa che doveva crepare tra picchi di ghiaccio, secoli fa.

Thor vide quello sfogo, e rispose con voce ferma, tranquilla. “Fino a poco tempo fa non mi avresti nemmeno degnato di una risposta. Che ti succede, dio degli inganni, forse la ventata di aria fresca che ti ho portato ti fa provare nostalgia della vita fuori di qua?”

Quell’aria fresca, ero io: io, su cui il dio degli inganni aveva posato gli occhi, che aveva degnato di tanta considerazione da rivolgermi la parola, da riprendere un contatto umano, dopo anni e anni e anni di sdegnoso silenzio. Loki non disse nulla di me, non diede giustificazioni al nostro rapporto. E, se avesse detto anche una sola sillaba, sarei morta là nel mio nascondiglio, credo.

Thor insistette che Odino non era riuscito a cancellare la memoria di Loki dai Nove Mondi. Che aveva bruciato le pergamene che parlavano di lui, cancellato i suoi ritratti, tolto il suo nome dalle iscrizioni, riattato le sue stanze, ma che la gente ancora lo ricordava. Che lui, in segreto, aveva disobbedito agli ordini paterni, e aveva raccolto tutto quello che aveva potuto testimoniare del suo passaggio su quella terra e l’aveva conservata; la memoria di Loki non si sarebbe affievolita mai, finché lui avesse avuto respiro. “Troverò un modo per spezzare la maledizione, per farti uscire da qui col seiðr.”

“E dopo,” domandò Loki con tono mesto, “che farai, dopo?”

“Quello che andava fatto,” rispose Thor. Loki aggiunse che, forse, non sarebbe stato così fortunato.

“Vai a combattere, figlio di Odino. Scontrati con il Titano, fatti ammazzare in qualche modo onorevole. E liberami della tua presenza.” La sua voce aveva una nota stizzita.

Loki

L’immagine randomica di Loki ci sta, ci sta.

Ci sono voluti giorni perché tornassi a scrivere. Rievocare quei momenti ha un retrogusto amaro. Sono passata di fronte all’ingresso della torre che fu la prigione di Loki, ho varcato il portone intarsiato di rune, sono entrata nelle sue stanze. Private della sua magia esse non sono che squallide pietre ricoperte di segni rossi, i marmi e i tendaggi, le tappezzerie, i mobili, vecchi arredi consunti, tavoli sgangherati, sedie sfondate. Solo i libri sono rimasti gli stessi, impilati con ordine nelle librerie e sulle scrivanie, abbandonati caoticamente in quello che fu il suo studio. Fu Theo a svelarmi l’incanto. Una sera gli dissi che gli appartamenti del principe erano bellissimi, che gli arazzi erano di gusto squisito, e così i marmi, gli arredi. Theo mi fissò inorridito. “Così te li fa vedere?” domandò. Disse che la torre era un posto orribile, e mi descrisse come era apparsa a lui, che Loki non aveva ritenuto degno delle visioni lussuose ed eleganti che erano toccate a me. In verità, sorella, nemmeno Theo ha mai visto come fosse realmente la torre di Loki: quando entrava tutto era avvolto da una semioscurità tetra. Thor mi disse, a questo proposito, che suo fratello ci mostrava le sue stanze così come anche lui voleva fossero. “L’ho sempre interpretato come un segnale forte di speranza,” mi disse una volta, “che abbia mantenuto per così tanto tempo un incantesimo sulla torre.”

Theoric, invece, non si diede pace. Divenne geloso. Passava tutto il tempo libero che aveva tra un turno e l’altro ad ubriacarsi, a controllare dove fossi. Quando eravamo insieme, mi riempiva di domande, se mi vedeva con qualche libro in mano s’indispettiva, perché provenivano tutti dalla biblioteca di Loki. Confondeva la mia passione per lo studio per l’amore nei confronti del dio degli inganni.  Un pomeriggio, passò il segno. Mi afferrò per il braccio, mi disse di non salire alla torre, di rifiutare quel compito ingrato. Mi divincolai, dissi che era folle, che la sua mancanza di fiducia nei miei confronti mi offendeva. Gli dissi che mi stava facendo male. Lasciò la presa, vidi la pelle arrossata e livida, e fuggii via.

Non era la prima volta che varcavo la soglia della torre dopo aver discusso con Theo. Anzi, erano eventi sempre più ricorrenti. Chissà che qualche volta non ci abbia spiati, dalle ampie finestre delle sue stanze. Quel giorno, come ti ho detto, non feci caso a che ora fosse, scappai da Theo e basta. Loki non era negli ampi saloni, né sulle terrazze, o nello studio ingombro di libri. Sentii la sua voce che mi apostrofava da un angolo oscuro. “Che fai qui così presto, mia graziosa signora?”

Seguii la sua voce senza pensare, e mi ritrovai nell’ampio bagno della torre. Il dio degli inganni era immerso nell’acqua fumante di una vasca circolare, le braccia, la testa ed il collo mollemente appoggiati sul bordo marmoreo. Avvampai, mi si incespicarono in gola parole di scuse, ma non riuscii a distogliere gli occhi dalla pelle bianchissima delle spalle e del petto, dalla linea delle braccia, dalla massa scura dei capelli che, da bagnati, erano ancora più neri. Quel corpo magro, nervoso, asciutto era pelle, muscoli pronti a scattare, come quelli di una fiera, e sprigionava, pur nella molle rilassatezza in cui era, l’idea che un movimento repentino, da un momento all’altro, lo avrebbe potuto far balzare fuori. Desiderai toccare le sue spalle, il petto, essere stretta da quelle braccia, e non mi venne in mente neanche per un istante che stavo cadendo nella trappola che Theo cercava di farmi evitare. Forse, era già troppo tardi. Cosa deve aver pensato Loki, vedendomi così smarrita? Ridacchiò, disse che si sarebbe alzato, mi voltai. Mi si avvicinò che ancora si stava allacciando la casacca scura, i capelli bagnati gli ricadevano sulle spalle. Mi prese il braccio, su cui ancora spiccavano i segni rossi della stretta di Theoric. Il tocco delle sue dita era meno freddo del solito, conservava ancora il tepore dell’acqua fumante. La sua pelle emanava l’odore degli incensi da bagno, dalla giubba semiaperta spiccava quella pelle bianca, tesa, che avrei voluto sfiorare.

“Che polso sottile e delicato, che pelle morbida, la tua.” La sua voce era carezzevole, la pressione delle sue dita si fece leggermente più forte. Come se desiderasse anche lui sfiorarmi, come se contenesse il mio stesso desiderio. Ma quella fu solo una sensazione. Nessuno sa, cara sorella, cosa alberghi davvero nel cuore del dio degli inganni. A me, in quel momento, parve che le nostre sensazioni fossero le medesime, e gli cercai nello sguardo qualche ombra che rivelasse i suoi desideri, i suoi pensieri; ma nei suoi occhi chiari non vidi nulla, o forse c’erano in essi troppe ombre, troppi guizzi, tanto che sarebbe stato impossibile distinguervi un’emozione in particolare.

“Perché lasci che ti faccia questo?” domandò vedendo i segni.

“Non è sempre stato così. Era gentile,” dissi.

“E ora, cos’è cambiato?” chiese ancora. Il dio degli inganni e del caos, a cui non sarebbe importato se il giorno seguente il Titano fosse sceso su Asgard e l’avesse distrutta, almeno così diceva, si preoccupava per me, forse.

“Crede che tu possa,” mi bloccai: un guizzo, una luce gli aveva attraversato gli occhi verdi, la bocca si era piegata nel principio di un sorriso beffardo. “Che io possa lasciarmi incantare,” mi corressi alla fine.

“Da cosa?” soffiò lui, gli occhi brillanti, in attesa, proteso verso di me, con ancora il mio braccio tra le sue dita.

(continua)

N.d.A.

Disclaimer: i personaggi appartengono alla Marvel, eccezion fatta per quella povera anima di Sigyn, che viene para para da quel poco che viene detto di lei nell’Edda. Questa storia è stata scritta senza alcuno scopo di lucro

2 Commenti

  1. Emiliana 8 luglio 2016
    • Cicale Chic 9 luglio 2016

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