Bentornati Loki e Thor! L’omaggio delle Cicale pt.5

Roma, da qualche parte. È notte fonda. Fa un caldo vergognoso La Cicala fissa lo schermo semi addormentata. Si sta rincretinendo sui social con la scusa di cercare di capire come diavolo si fanno i boccoli con l’arricciacapelli. Ovviamente, non ci riuscirà. Si stufa, mette una canzone che le piace – dormire ancora no, non se ne parla, la caffeina scorre potente nelle sue vene e, soprattutto, la manicure di mezzanotte non è ancora ultimata. Gira un po’ sui siti online dei saldi che le piacciono quando, all’improvviso, un rumore secco la fa sobbalzare sulla sedia. Siccome l’ultima volta che un tonfo simile l’ha sorpresa era entrata in camera una falena enorme ed è successa una tragedia, la nostra coraggiosissima Cicala rimane immobile.

“E allora? Che stai facendo?” sibila una voce generalmente piuttosto roca e suadente ma ora soprattutto incazzata, dietro di lei. La Cicala salta letteralmente sopra la sua scrivania e fa un balzo nascondendosi dietro la vanity table mentre una divinità norrena furibonda la fissa con odio. “Io sono giunto qui” inizia, ma la Cicala lo interrompe. “Pieno di gloriosi propositi?” chiede.

L’Aesir bestemmia in norreno stretto. “Sapete solo questa, su questo sasso abitato da idioti?” domanda feroce. Poi rotea gli occhi verso l’alto. “No, sono venuto qui perché devi finire la storia,” spiega.

“Ah,” replica la Cicala.

“Che vuol dire, ah?” ringhia Loki. Se fosse un patetico mortale o quel tonno di Thor, avrebbe bisogno di ulteriori spiegazioni, ma dato che è l’Aesir più astuto di Asgard, capisce tutto alla perfezione – ouch! E smettila con questo scettro! Va bene, lo scrivo, lo scrivo! – anche più fascinoso e figo. Contento? Ok, proseguiamo.

“Tu: adesso finirai quella storia, o ti giuro che ti sego i tacchi a tutte le scarpe, ti butto l’eyeliner nel gabinetto e mi prendo le tue Furla,” l’avverte serio in volto.

“Con le minacce non andrai da nessuna parte, astuto dio degli inganni,” osserva la Cicala osservandosi la manicure. “E comunque, che ci fai con le Furla? Sarà mica vera quella storia che diceva Odino nella Lokasenna…” insinua.

La divinità norrena mormora un l’hai voluto tu, insopportabile mortale, e si lancia verso di lei. Peccato che gli si incastri l’elmo cornuto nel lampadario della Cicala. Peccato proprio.

“Ti si è incastrato il tuo pittoresco elmo nel lampadario,” osserva piano la Cicala, sempre trincerata dietro la Vanity table.

“Maddai?!” ironizza Loki di Asgard sorridendo ferocemente e divincolandosi. Quattro minuti e ventotto secondi di bestemmie norrene articolate di terzo tipo dopo, l’Ase si libera le corna dal lampadario. Libera anche il lampadario dal soffitto, sotto l’occhio parecchio arrabbiato della Cicala. Il dio degli inganni sbuffa e allarga le braccia. “Perché l’hai montato così basso, eh? Vuoi fare un dispetto al tuo fidanzato, a tuo fratello, al babbo e a tutti i tuoi familiari che sono almeno venti centimetri più alti di te? Potevi rimpicciolire anche la porta, già che c’eri!” si lamenta la divinità. Ma poi, riprende il consueto atteggiamento altero e regale. E fascinoso, sì, dimenticavo.

“Mi hai ficcato per vent’anni in una prigione, mi hai fatto conoscere una tipa, mi hai costretto a collaborare con quel tonno di Thor,” elenca Loki assottigliando gli occhi verdissimi, “mi hai fatto schiaffeggiare – te ne rendi conto? A me! – e adesso? Che cosa hai intenzioni di fare, adesso?”

“Ecco, io…” boccheggia la Cicala.

“Ecco io un corno,” sibila Loki torvo. “Tu non mi lasci così, nell’incertezza. Tu ora ti spari su Spotify la tua colonna sonora preferita e scrivi e finisci quella roba. E la finisci bene. Non puoi lasciare tutto sospeso così. Scriverò alla sigla sindacale dei P.M.D.C.” [Personaggi Maltrattati da Claudia, N.d.A.]

La Cicala alza un sopracciglio. “Definisci bene,” domanda.

Loki di Asgard le lancia un’occhiata eloquentissima e scuote la testa. “Guarda che io ti conosco. Io so che cosa sei capace di fare,” soffia col suo sorriso sbieco, da lupo.

Stavolta è la Cicala che rotea gli occhi al cielo. “Ma dai, quanto la fai tragica! Non ti ho fatto quasi niente, stavolta, a parte x e y, vabbè, ma era tutta una tecnica per…”

Loki punta il dito contro di lei. “Ah! Tana! Qualcosa hai scritto!” esulta e, lesto come solo il dio degli inganni potrebbe essere, si fionda davanti al PC e legge la bozza del finale della storia. “Ma te possino,” mormora giunto alla fine.

“Cambia!” ordina torvo, alzandosi di scatto. “Cambia, altrimenti l’ultima borsetta che ti sei comprata ai saldi, verrà gettata dentro un vulcano in attività.” E la sfodera da sotto il mantello, quel maledetto figlio d’uno Jotunn, sventolandogliela sotto il naso ma troppo in alto perché lei possa prenderla.

La Cicala sgrana gli occhioni che, contestualmente, si riempiono di copiose lacrime. “No! La borsetta nuova no! Tu sei malvagio!” esclama con le lacrime agli occhi puntandogli il dito contro.

“Muwahaha! Certo che sono malvagio!” ride Loki di Asgard tronfio, trionfante e soddisfatto. Pare proprio che il dio degli inganni abbia vinto, peccato che, com’è noto, il momento del trionfo finale, per un villain, è sempre quello più delicato. Ed infatti, il telefono della Cicala trilla.

“Pronto?” risponde lei tirando su col naso. Poi annuisce, si asciuga una lacrimuccia e passa il telefono a Loki. “Per te,” dice semplicemente.

Il tronfio e fascinoso Ase prende la cornetta. “Sì?” domanda spiccio.

Una vocina sottile, dall’altro capo del telefono, risponde. “Ciao Loki, sono la Cicala Sara. Dimmi, devo dirti chi c’è con me o ci arrivi da solo?” domanda soave.

Loki alza gli occhi al cielo e fissa l’altra Cicala. “Vi odio. Tutte e due. Ma tanto,” sospira. Poi capisce. “Senti Sara, prova a convincere questa psicopatica che ho davanti a non essere troppo cattiva con me, ok? Ti passo un mucchio di foto di Thor senza maglietta, giuro.”

Questa, signori lettori, è la spiegazione, assolutamente reale, del perché, qualche sera fa, la Cicala Sara, tutto sommato impietosita dalla triste sorte di Loki e compagnia cantante, abbia scritto questa esatta frase alla Cicala Claudia, quando quest’ultima le ha reso noti gli ultimissimi sviluppi del finale.

“E la povera Sigyn, mo’ gli facciamo affrontare pure x?”

“Dici che è troppo?”

Ebbene sì, signori Lettori. Abbiamo una fine.  L’ultimo capitolo, per voi. Se volete leggere gli altri (capitolo 1, capitolo 2, capitolo 3 e capitolo 4,) seguite gli appositi link o sbirciate nella sezione “Io scrivo.”

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Ma figuratevi se stavolta approva! Sta meditando oscura e profonda vendetta verso l’Autrice…

L’ultimo capitolo di questa storiella senza pretese su Loki e Thor. E Sigyn, ovviamente

Dimmi che sbaglio, pensai. Dimmi che mentivi. Nessuna bugia, adesso, mi parrebbe più dolce. Oppure ingannami, sussurrami quello che vorrei tu mi dicessi. Invece scosse il capo e allentò la sua stretta, ed io gridai di rabbia e disperazione e dolore, e gli diedi uno schiaffo, fuggendo via senza voltarmi. Forse Loki rimase a fissarmi dietro la porta della prigione.

Non uscii subito. Rimasi nascosta dietro la porta, finché il mio cuore non rallentò il battito, il rossore non abbandonò il mio viso. Theoric non avrebbe mai dovuto vedermi in quello stato: cosa gli avevo fatto! Ero stata crudele, e sciocca. Ero caduta nella trappola del dio degli inganni, nella tela che lui aveva cominciato a tessere dalla prima volta che mi ero imbattuta in lui, e Theo mi aveva avvertita. Ma io, stupidamente non gli avevo dato retta, e mi ero lasciata trascinare dai libri polverosi e dalle menzogne suadenti di Loki. E dal tradimento che stava perpetrando ai danni di Odino. Rabbrividii al pensiero di quali orribili punizioni sarebbero toccate al principe rinnegato degli Aesir, se il Padre di Tutto avesse solo sospettato dell’intrigo che tesseva a suo danno. E io? Sarei stata trascinata anche io nella spirale di distruzione di Loki? O forse, semplicemente, già c’ero dentro, fino al collo? Mi guardai la mano, ancora nascosta dietro la porta d’ingresso della torre. Cosa avevo fatto! Avevo tirato uno schiaffo al dio degli inganni, figlio ribelle del Padre di Tutto, che aveva persino retto Asgard durante il sonno del sovrano. Mi accorsi che mi tremavano le gambe. Loki non mi avrebbe più voluto vedere. Non sarei mai più entrata nelle sue stanze. Poi, senza quasi che me ne rendessi conto, mi sfiorai con le dita le labbra. Io l’avevo schiaffeggiato, ma lui mi aveva baciata. E non una volta soltanto.

La mia storia dovrebbe chiudersi qui. Tutto quello che poteva essere raccontato è stato scritto, ed ormai è quasi giorno. Se scrivessi ancora, dovrei ammettere di aver peccato e mentito per gli occhi verdi e freddi del dio degli inganni. Perché io, in quella torre, sono tornata correndo.

Lontanza

Thor ha chiesto di vedermi. Ci siamo seduti su una panchina, tra le rose. Ha tirato fuori dalle pieghe del mantello un pezzo di stoffa biancastra, macchiata di polvere. Dentro, c’era un pezzo dell’elmo di Loki, o meglio, quello che ne rimaneva: la metà destra che gli copriva le guance, la tempia ed il corno spezzato.

“Non è detto che sia morto,” ha detto il principe, ma mi è sembrato che volesse convincere più se stesso che me. Io lo conosco, ha ripetuto, avrà finto. Sapessi quante volte mi ha ingannato! Quante, l’ho stretto tra le mie braccia, tra le lacrime, e l’ho pianto come morto. Ma poi è tornato, ha aggiunto, con le sue frasi cattive ed il sarcasmo pungente.

La verità, è che entrambi abbiamo guardato quell’elmo spezzato chiedendoci se fosse davvero l’ultima beffa di Loki, anzi sperandolo. Perché, se così non fosse stato, non avremmo avuto la forza per sostenere un dolore così straziante. Thor ha chinato il capo, si è passato una mano tra i capelli color dell’oro, e un sospiro amaro gli è uscito dal petto, quasi un rantolo sordo, l’unica manifestazione tangibile di un dolore che solo con me, seduto su quella panchina, ha potuto esternare. Nemmeno il possente dio del tuono può piangere il fratello perduto qui, ad Asgard dalle alte torri: sarebbe sconveniente, inopportuno. Ad un tratto, quando il silenzio si è fatto troppo pesante, ha ripreso a parlare. “Alla fine mi ha aiutato,” ha detto a bassa voce, lentamente: “volevo che lo sapessi.” E così, mentre ero immobile sulla panchina in mezzo alle rose, con le mani in grembo e la testa chinata, ho rivisto, nelle parole secche e spoglie di Thor, Loki in mezzo alla battaglia, tra il fuoco e le fiamme, con la sua aria fiera e gli occhi verdi e attenti: eccolo, mentre fissa il nemico, lo valuta con fredda sicurezza, poi posa finalmente lo sguardo sul fratello, ragionando ancora. Infine, piega le labbra nel principio di un sorriso storto. La decisione è stata presa. Così, si è perso.

Non mi ha raccontato altro, della battaglia – non è necessario, ha detto. Ma io so che cosa nascondeva il suo silenzio. L’ho ascoltato, ne ho sentito il peso grave, luttuoso, terribile. Eppure, nemmeno allora le lacrime sono scese. Il dolore mi strozzava il petto e il cuore, sentivo le unghie che mi si conficcavano nella carne. Ma non ho pianto.

Piansi, invece, quando finalmente richiusi la porta della mia stanza dietro di me, la sera in cui ci baciammo. Mi buttai sul letto, soffocando nel cuscino i singhiozzi e le lacrime, calde come fuoco, che scendevano sulle mie guance, bruciandomi la pelle. Piansi, perché non avevamo futuro, insieme – quanto disonore avevo già gettato, sulla mia famiglia, per il solo fatto che Loki di Asgard mi aveva parlato, quanto ne avrei aggiunto, ancora, se avessero sospettato che mi aveva stretta tra le sue braccia. Piansi, perché sarei voluta tornare, correre di corsa alla torre invasa dall’edera, su cui soffiavano i venti gelati di Jotunheim dalle plaghe ghiacciate. Piansi, perché sapevo che aveva ragione quando, dopo aver sfiorato le mie labbra, aveva detto che non c’era alcun futuro, tra noi. Eppure, mentre versavo lacrime amare, nulla di tutto questo m’importò davvero. Anche per quello, piansi. Mi ero persa.

Non ho più scritto. Non ci sono più riuscita. Le parole si fermavano in gola e nel cuore, la mano esitava a tracciare segni. L’ingannatore è stato ammazzato. L’hanno annunciato i soldati quasi cantando, aggiungendo dettagli impietosi che la mia mano si rifiuta di scrivere, ma che la mente ripete crudele. Thor me l’aveva detto, l’avevo letto nel suo silenzio pietoso, sofferto. Ma sentirlo sulla bocca di altri, con leggerezza, brucia come fuoco.

L’ingannatore è stato ammazzato. Come un cane. Se solo potessi piangere. Se solo potessi urlare. Ma qui, ad Asgard, il nome di Loki è bandito, vietato, e nessuno oserebbe – vorrebbe, dolersi per il nemico degli Aesir che osò far traballare il trono di Odino. E allora i miei occhi devono rimanere asciutti e freddi, ed il dolore si cristallizza nel petto: fermo, immobile, sordo. Se iniziassi a piangere, questo vuoto che sento nel cuore si spalancherebbe, diventerebbe una voragine. Così sono rimasta come fossi di pietra, ad ascoltare i racconti vanesi, ingigantiti dal vino, dei superstiti. Eppure, in mezzo al frastuono di piatti e bicchieri che cozzavano gli uni con gli altri, tra canti e risate che offendevano il mio dolore, nella testa risuonava solo la voce bassa e roca di Loki che mi mostrava la bellezza di un verso, la delicatezza di una rima, trattando le parole con la stessa meraviglia che avrebbe riservato ad un gioiello finemente cesellato. Voce ora calda e bassa, ora affilata e pungente, che si accompagnava a quei guizzi che illuminavano talvolta i suoi occhi chiari, troppo verdi, che non vedrò mai più. Ma accanto a me, stasera, un uomo ormai cieco ed anziano ha sputato a terra, ha sbattuto il calice colmo di idromele sul tavolo tanto forte da far fuoriuscire la bevanda. “Chi l’ha visto crepare, a quel maledetto traditore? Dov’è il suo corpo? Odino voleva che glielo portassero davanti, per gettarlo su una pira e bruciarlo personalmente come si deve, una volta per tutte. Dovevate riportarlo qui, idioti bastardi!”

Gli ha risposto un guerriero dal viso segnato. Si è alzato in piedi, rivelando fattezze imponenti, e ha detto che del principe di Asgard che fu bandito, non rimanevano che pochi resti; che non una nave lunga sarebbe servita, per fare un funerale, ma qualcosa di assai più piccolo, e modesto. Che, di certo, era morto. Ed io, troppo vicina, l’ho ascoltato, ed ho tremato al pensiero del suo corpo abbandonato, privo di una degna sepoltura, o al fuoco che avrebbe dovuto bruciargli la pelle e la carne, e ho provato disgusto per la noncuranza e l’indifferenza che gli veniva tributata. E allo stesso tempo, questa sera, qualcosa si è rotto, nel mio petto. L’ingannatore è stato ammazzato – pronunciare o scrivere il suo nome mi è impossibile, la mano trema, il dolore si allarga nel mio cuore, come una macchia. L’ingannatore è stato ammazzato, ed i suoi poveri resti giacciono in un crepaccio buio, senza lune. In questa vita ora lui non c’è più, e le speranze di Thor che sia vivo, come la mie, sono solo illusioni infantili, un modo pietoso e patetico di aggrapparsi a qualcosa di impossibile. Nessuno sarebbe potuto sopravvivere, nemmeno Loki lingua d’argento. Il suo sguardo verde e aguzzo, di lupo, non esiste più, così come il suo sorriso sbieco e la voce, capace d’incantare chi l’ascoltasse. Dimenticherò ogni cosa – il tempo porterà via il ricordo preciso del suo sguardo e dei suoi gesti, ma per primo sfumerà la sua voce, che stanotte però, ancora è con me, suadente e bella come quando la ascoltavo e, se chiudo gli occhi, ora posso sentirla, roca e avvolgente, com’era quando lui s’appassionava nel raccontarmi un aneddoto sagace, o uno dei suoi molti viaggi, nelle albe che abbiamo passato assieme.

Certi ricordi, anche i più dolci, nascondono una punta d’amarezza: così sono quelli che mi legano al dio degli inganni. L’insonnia di Loki era una bestia nera, che gli concedeva solo una manciata d’ore di tregua ogni notte: nemmeno i baci e i sospiri che ci scambiavamo sotto le coltri di seta e pelliccia, riuscivano ad allentare la sua morsa crudele e spietata. E allora, quand’era ancora buio, lo sentivo sciogliersi dall’abbraccio in cui per qualche ora si era abbandonato, gettarsi in fretta la casacca indosso, muoversi rapido per l’ampia stanza. Io, fingevo di dormire e, col naso affondato nelle coperte, spiavo la sua figura alta e asciutta nel buio che, lentamente, lasciava il posto all’alba rosata.

A volte, Loki lanciava solo un’occhiata distratta all’ampia finestra ad ogiva, e si allontanava a passi svelti verso il suo studio, chiudendosi sdegnosamente a chiave per non dover parlare dell’ennesimo errore che avevamo commesso. Altre, invece, sostava in prossimità di quell’affaccio sul mondo, e lo sguardo, affilato e severo, si perdeva nell’orizzonte magnifico, cercando forse in esso un segno che gli annunciasse l’ultimo giorno della sua prigionia. Ma ogni alba doveva essere era una stilettata nel petto che gli ricordava, invece, implacabile e severa nella sua bellezza, di essere ancora chiuso nella sua torre dorata, anziché fuori, nel mondo, e la luce del sole che illuminava il mare e le montagne, le valli e la città degli Aesir, gli mostrava l’impietosa bellezza di quegli spazi che lui non poteva più attraversare.

Così lo trovai una mattina, aprendo gli occhi ancora gonfi di sonno: con lo sguardo perso verso mondi lontani, e ricordai che presto sarebbe fuggito, e avrebbe ripreso a dare un senso al passare del tempo. Mi alzai dal letto, avvolgendomi nel lenzuolo, e lui mi gettò un’occhiata lunga e stretta.

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“Le armate di Thor hanno subito una grave perdita,” soffiò distante, ma una smorfia amara gli segnava il viso, e si appoggiò al davanzale della finestra, come se di quella notizia, di cui aveva contezza solo osservando le navi che tornavano meste nel porto, gli gravasse sulle spalle più di quanto immaginassi, più di quanto chiunque fosse in grado di immaginare.

Volsi il capo verso l’orizzonte rosato, ed inorridii alla vista di quella processione infelice e terribile. Scenari di guerra e distruzione mi balzarono immediatamente alla mente; poi, invece, subentrò l’egoismo e, senza guardare il dio degli inganni negli occhi, gli feci una domanda.

“Se attaccassero Asgard e riuscissero ad entrare, cosa ne sarebbe di me, di te?” chiesi, e mi tremò la voce perché conoscevo la risposta: solo, speravo che stavolta fosse diversa.

“Se attaccassero Asgard e riuscissero ad entrare, gli porterei i miei omaggi,” ironizzò lui, ed il suo sorriso storto, di lupo, gli attraversò il viso affilato. Per un istante, ci fu il silenzio. Poi, riprese a parlare, senza distogliere gli occhi dal mare celeste. “Ho già risposto a questa domanda,” disse, con voce bassa e fiera.

Era vero. L’aveva fatto la notte in cui ero tornata correndo nelle sue stanze, dopo che mi aveva baciata, dopo che me n’ero andata. Aveva detto che i nemici di Asgard erano stati anche i suoi; che, certamente, avrebbero fatto un punto d’onore l’ammazzarlo come meritava e, all’idea di essere il trofeo ambito d’un popolo di guerrieri, gli aveva brillato una luce feroce negli occhi chiari e verdi, come in quel momento. Il dio degli inganni, sotto i cui colpi il trono dello stesso Odino aveva pericolosamente vacillato, era pronto ad affrontare nuovamente quel mondo che l’aveva rinnegato e bandito, che lui stesso aveva sdegnosamente evitato, rinchiudendosi in un mutismo ostinato. Mi resi conto che il tempo a nostra disposizione era quasi finito, e mi mancò il fiato, nel petto. Come allora, lui mi fissò quasi con divertita sfida, come se l’idea di morire combattendo, anche dentro quella prigione di pietra ricoperta di rune, non fosse null’altro che un diversivo in grado di spezzare la monotonia delle sue giornate, o qualcosa di assolutamente naturale, il giusto epilogo della sua – della nostra, storia. Perché non c’era speranza di sopravvivenza, nelle parole di Loki. Me l’aveva spiegato con compiaciuta perfidia un pomeriggio livido di pioggia mista a neve, poco tempo prima, alzando di tanto in tanto gli occhi freddi e verdi su di me.

Lui leggeva rune antiche. Con la fronte corrucciata seguiva col dito un passo complicato, fermandosi ogni tanto per sciorinare il paradigma di un verbo, raccordare la costruzione di una frase. Ostinato e distante nel suo studio, così mi apparve mentre la pioggia scrosciava violenta sui vetri chiusi della torre spazzata dal vento, ma rise di una risata fredda e cattiva quando gli chiesi se davvero credesse alla possibilità che Asgard potesse cadere. “Gli Aesir saranno sconfitti, alla fine,” ammise di nuovo con una smorfia amara, sostenendo il mio sguardo.

La sua lucidità stringente mi parve una menzogna orrenda, un inganno crudele. “Se credi che sarà sconfitta, allora perché illudi tuo fratello e gli prometti il tuo aiuto?” mormorai, ripensando al suo nome e alle sue storie, ma anche alle sue labbra e alle carezze notturne ormai sfuggite al nostro controllo.

Di fronte al mio sgomento, lo sguardo di Loki si riempì di ombre. Sfogliò una pagina, prese un appunto. Poi, quando ero certa che non mi avrebbe più risposto, la sua voce riempì di nuovo la stanza. “Thor è un grande guerriero,” riconobbe senza alzare gli occhi dal libro polveroso, “e sa valutare piuttosto bene i suoi nemici. Lui sa che le loro forze, alla fine, saranno superiori alle,” un’esitazione s’affaccio nella sua voce, il tentativo disperato di evitare un refuso: “alle sue,” concluse battendo le palpebre dalla stanchezza, ma io seppi – credetti di sapere, in quel preciso istante, che stava per dire “nostre.”

“Se è così, allora perché fa tutto questo?” domandai, mentre la retorica degli Aesir valorosi e imbattibili, le cui insegne color dell’oro testimoniavano il loro essere da sempre invitti conquistatori, si sgretolava nella mia mente di fronte al sorriso obliquo del dio degli inganni chiuso nella sua prigione.

Un ghigno mesto gli attraversò il volto. “Perché ha sempre creduto che, insieme, io e lui fossimo imbattibili e potessimo sconfiggere ogni nemico,” ammise. Io non cedetti al desiderio di domandargli oltre, temendo che la sua logica sferzante e affilata scoprisse altri nervi. Se avesse mentito, il peso delle sue bugie sarebbe stato terribile;

ma se era la verità, quella che aveva ammesso in quel tardo pomeriggio di pioggia, allora essa sarebbe stata spietata, ingiusta. Mi ritrovai a sperare che mentisse.

Ma la mattina in cui le armate Aesir tornarono ammaccate e ferite, io mi aggrappai al suo braccio, artigliandogli la pelle sotto la stoffa. “Ti prego, va’ via se puoi farlo,” supplicai, e Loki rimase immobile, senza rispondere al mio abbraccio disperato. Perché, l’aveva ammesso alla fine, a denti stretti, che una possibilità, seppur blanda ed effimera, ci sarebbe potuta effettivamente essere, se lui e Thor avessero combattuto spalla contro spalla quel nemico terribile. Fugace, vaga, quasi inconsistente, cui non si sarebbe mai appoggiato, se non fosse stato rinchiuso e maledetto dentro quella torre.

“Non tornerò in nessun caso,” mi ricordò, ed io, che tentavo di non bagnargli la manica con le mie lacrime roventi, rimpiansi già lo studioso di rune che sapeva recitarmi a memoria i più bei passi dei poemi antichi, e mi mancò il suo odore di cuoio e pelle, il suo respiro, la sua voce suadente e bella, capace d’incantare. Quel giorno non infierì con la sua logica stringente. Non aggiunse dettagli spiacevoli, e rimase a guardarmi andar via, ritto ed immobile con le mani incrociate dietro la schiena, mentre la luce del giorno gli rischiarava il profilo affilato. Ed io me ne andai in fretta, scivolando nei corridoi che sapevo essere quasi deserti, ripetendo, come fosse un incantesimo, le ultime parole che ci eravamo scambiati, che ci scambiavamo sempre, in quei giorni.

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Quando dissi a Thor che non potevo più tornare nella torre ricoperta d’edera, lo feci con occhi bassi e voce ferma. Theoric, l’avevo già lasciato. Aveva gridato, mi aveva spaventata. Poi, masticando imprecazioni, se n’era andato, maledicendo il nome del dio degli inganni ad alta voce. Io ero rimasta immobile, senza smentirlo – sarebbe stato inutile, del resto. Ora ogni cosa aveva un nome, anche l’amore. Ma non ero sciocca, questo no. Se fossi tornata nella torre spazzata dal vento, avrei disonorato il mio nome, quello della mia famiglia, ogni cosa. Fu per questo, per espiare il peccato tremendo che avevo commesso innamorandomi d’un traditore, che volli tornare alla mia vita d’un tempo. Non vedere più i suoi occhi brillanti ed il suo sorriso furbo, sarebbe stata la pena adatta a me. Ne ero certa, come ero certa, in cuor mio, che il dio del tuono non mi avrebbe concesso di poter abbandonare il mio compito. Mi ero preparata nella mente tutta una serie di deboli scuse, che avrebbero dovuto corroborare la mia richiesta. Mai avrei ammesso i miei sentimenti, nemmeno di fronte allo sguardo franco e azzurro del principe di Asgard. Thor non mi rispose subito. Tra le mani stringeva l’ultima raccomandazione del fratello prigioniero, affidata alla carta color giallo chiaro. Serrò la mascella, puntò gli occhi lontano, verso il fiordo da cui tornavano le navi dirette ai campi di battaglia, sempre più vicini, ed infine annuì appena, solo un cenno del capo.

Disse che lo sapeva. Che tutto era diventato troppo complicato, ed avevo fatto abbastanza. Poi, sorrise d’un sorriso triste e mi ringraziò. Io sentii le mie labbra bruciare, e mi parve come se il dio del tuono potesse vedere le tracce dei baci del fratello imprigionato sul mio viso, sulla bocca.

“Certe cose capitano, Sigyn: capitano e basta,” disse, e non aggiungemmo altro.

Ho sfogliato mille volte l’ultimo libro che Loki mi ha dato. Ho memorizzato ogni parola, ogni virgola, ogni punto. Ho cercato tra le righe una chiosa, un segno, un indizio che mi svelasse l’inganno nascosto: il punto dove ci saremmo ritrovati. A volte, ho creduto di trovarlo. Allora, come in preda a una febbre violenta, ho atteso e aspettato, ma invano. Lui non è più tornato, e mi si spezza il cuore nel petto ogni volta che ci penso. L’unica promessa che volevo fosse disattesa, è la sola che abbia mantenuto. Ma in fondo, dal dio degli inganni, avrei dovuto aspettarmelo.

Aveva detto che c’erano limiti che non andavano superati, tra di noi, aveva detto, e invece mi aveva baciata, non una, ma molte volte, ed il ricordo delle sue labbra sulle mie mi tormentava ogni istante; un misto di dolcezza e rammarico, nostalgia e desiderio, vergogna e gioia.

Aveva detto, Loki lingua d’argento, che non sarebbe stato amore, tra di noi, che certamente non mi amava, ed invece così non era stato, per quanto si sforzasse di negarlo. Lo dicevano i suoi sguardi lunghi e stretti, le dita intrecciate, e quella punta di sdegnosa gelosia che gli attraversava la voce, quando parlavo della mia vita fuori. Ma lo dicevano anche quei pochi momenti di raro abbandono in cui, infine, mi si stendeva di fianco col respiro mozzato, stringendomi ancora a sé, lo grida il fiore secco dal gambo storto che ha custodito per vent’anni.

Fughe

Aveva detto che se ne sarebbe andato all’improvviso, Loki lingua d’argento: non ci sarebbe stato nessun addio, nessun avvertimento, nessun commiato. Così aveva detto: ma quando è fuggito non l’ha fatto di nascosto – non è riuscito a mantenere la promessa, e mi ha fatto visita. Una manciata di minuti nel bel mezzo di una festa, il tempo necessario a dirsi quattro frasi di circostanza e a sfiorarsi appena le labbra. Un mantello scuro girava in mezzo alla sala affollata, ed io non lo notai finché non fu troppo vicino e mi afferrò una mano, mi prese in disparte. Prima che gridassi, mi chiuse la bocca con un dito, scostò appena il cappuccio scuro. Aveva ancora il pallore della lunga prigionia addosso, sul viso, ma negli occhi troppo verdi scintillava una fierezza antica, e la piega delle sua labbra mi parve meno amara. Era finalmente libero. “Avevi detto che non mi avresti cercata, avevi detto,” dissi io, e capii che non ci sarebbe bastato il tempo, per dirci addio.

“Lo so,” rispose lui, e piegò la testa di lato, sorridendo appena, mentre le nostre dita erano ancora intrecciate – lo sarebbero rimaste fino alla fine, fino all’ultimo istante.

Ed io, io avevo giurato che non avrei più scritto. Così sono passati i giorni, le settimane, i mesi persino. La data delle mie nozze con Theoric si avvicina sempre più, ed è un cerchio nero sul calendario che vorrei non arrivasse mai. E invece, inesorabile, il tempo passa, il momento si avvicina. Una manciata di giorni, tanto manca, perché, alla fine, mi è mancato il coraggio di spezzare la promessa, mancare alla parola data per custodire il mio segreto. Tutti si aspettano che io faccia questo, sposi il soldato che mi faceva la corte da quand’eravamo ragazzi. Del resto, dicono, cos’altro potrebbe volere la figlia di due locandieri, dalla vita? Un marito che serva nell’esercito degli Aesir, una casetta dal tetto spiovente: una vita serena, tranquilla, banale. L’abito da sposa, lo stesso che indossò mia nonna, mi osserva con i suoi ricami riadattati, i suoi pizzi appena ingialliti e la gonna ampia, ed io lo fisso sgomenta. Mi manca il coraggio di dire la verità. Sfioro il corpino decorato, le maniche lavorate: cosa dovrebbe dire, la figlia di due locandieri? Che non sposerà più il soldato che le faceva la corte perché un giorno è entrata nella prigione dorata del dio degli inganni e lui l’ha guardata?

Non è solo biasimo, quello che cadrebbe su di me, se lo ammettessi, ma orrore, disgusto, paura. Loki è – era, il nemico più odiato, la prova vivente dell’infallibilità degli Aesir: punta brillante della sagacia asgardiana che si era rivoltata contro coloro che l’avevano accolta e cresciuta, nemico innominabile e innominato, il cui ricordo, per decreto reale, doveva essere completamente cancellato. Mostro perfido, che aveva sconvolto i Nove Regni per sete di vendetta, che aveva calpestato vite e mondi con spietato disinteresse ma che, pure, aveva passato pomeriggi interi a meravigliarsi della bellezza di un verso, che solo nella sua lingua originale manteneva intatto il senso. Ma questo, per me sola aveva importanza.

Quando la terra sotto Asgard tremò, il sole era alto nel cielo. Le disgrazie avvengono così, all’improvviso: rompono la quiete di tranquilli pomeriggi primaverili, spezzano la vita quotidiana. Non si annunciano con squilli di trombe e colonne di fumo all’orizzonte. E, dopo l’onda di panico che seguì, tutti si domandarono quale fosse la causa di quell’improvvisa scossa che aveva crepato i muri possenti della città degli Aesir. Io li ascoltai in silenzio, mentre nel cuore mi martellava nel petto solo una domanda. Stava bene, lui? Nessun danno aveva sconvolto la torre ricoperta di rune? Thor era lontano, sul campo di battaglia, e nessuno avrebbe rivolto un pensiero alla torre solitaria spazzata dai venti del nord. Chi avrebbe dovuto preoccuparsi, e perché, di come stesse il peggior nemico di Odino? Ma pian piano, quando le ombre della sera cominciarono ad allungarsi su Asgard offesa dalla sua stessa terra, qualcuno ricordò che il dio degli inganni era chiuso nella sua prigione solitaria e, davanti a troppi boccali di idromele vuoti, iniziò a domandarsi come mai il figlio rinnegato di Odino beneficiasse del lusso di poter vivere in Asgard, dentro ad una torre. Li sentii dire che Loki viveva nello sfarzo di appartamenti principeschi, in una sorta di eterna vacanza e che, forse, era stato lui a causare quella scossa di estrema violenza. Io mi muovevo lesta tra i tavoli, cercando di afferrare ogni sillaba di quei discorsi, e pensai all’improvviso che l’oblio imposto da Odino al nome del mio mago dagli occhi verdi fosse, in realtà, la concessione di una protezione. Il passo, per gli ufficiali ormai ubriachi, fu breve. No, Loki era senz’altro l’unico e solo responsabile del terremoto che aveva fatto sussultare la capitale degli Aesir e, di certo, stava architettando altre nefandezze, in maniera da poter agire dall’interno contro Asgard dalle alte torri. Raccontarono, abbassando il tono della voce, che c’erano creature, in giro per i Nove Mondi, che avrebbero pagato qualsiasi prezzo, pur di poter passare anche solo mezz’ora sole in una stanza con il dio degli inganni e delle astuzie. E poi, con Thor lontano, a chi sarebbe importato di un prigioniero maledetto?

Pensai a lui, rinchiuso nella torre, impossibilitato a fuggire, colto di sorpresa e accerchiato. Lo vidi fissare ad uno ad uno i suoi nemici, valutando la strategia migliore – ma, in ogni caso, avrebbe dovuto combattere, o sarebbe morto. Lo immaginai dietro le fiamme, la torre ridotta ad un cumulo di macerie su cui, ancora, gravava la maledizione terribile e lui, col sorriso fiero e gli occhi brillanti, ritto ed altero, che attendeva ghignando la prima mossa del suo avversario. Immaginai che la lunga inattività e la sorpresa avrebbero rappresentato uno svantaggio, lo vidi solo e sconfitto, e allora corsi verso Asgard, incurante d’ogni cosa. Non mi importò del freddo pungente che mi attraversava il mantello, né del respiro che mi moriva in gola o di ciò che avrebbero detto, di me, se e quando si fossero accorti della mia fuga. Non m’importò di Theo, né mi sfiorò l’idea che, tornando nella torre ricoperta d’edera, sarei stata io in pericolo. Giunsi correndo davanti alle porte intarsiate di rune, reggendo le gonne ingombranti per muovermi più veloce. Alzai i battenti con un tonfo sordo e, finalmente mi fermai. Proprio lì, sulla soglia della sua prigione, Loki mi aveva bloccata, io l’avevo schiaffeggiato, il giorno in cui ci eravamo baciati. Mi assalì l’idea che avessi sbagliato, a non chiedermi se il feroce e fiero dio degli inganni si fosse offeso per il mio gesto e per la mia assenza. Avevo dato per scontato che avesse capito, che nutrisse i miei stessi dubbi, preoccupazioni, paure, ma ora, avanzando piano per i corridoi troppo bui della sua prigione dorata, mi domandai dall’alto di cosa avessi coltivato questo pensiero. Loki, scostante, arrogante, altero, che disprezzava la mia scelta stare assieme a Theo, che pure avevo di nuovo lasciato, cosa avrebbe pensato, rivedendomi?

Vagai, con i capelli sciolti e l’aria stravolta, per i corridoi eleganti e le stanze ampie e belle, ma di Loki lingua d’Argento non c’era alcuna traccia. Ogni cosa, anzi, mi pareva più buia, oscura e tetra di come l’avevo lasciata, come se qualcuno avesse gettato un lugubre lenzuolo sugli appartamenti. Era la magia del dio degli inganni, che rendeva spettrale quel posto. Forse, erano opera sua persino i segni del terremoto improvviso, le crepe che attraversavano i muri, i libri sparpagliati in disordine, le suppellettili rovesciate che giacevano a terra. Attraversai il salone, dove il camino era spento da ore, mi affacciai sulla terrazza battuta dal vento, vuota e solitaria. Girai per stanze e corridoi, perdendomi più volte nel labirinto alimentato dal seidr. Tentavo di raggiungere lo studio privato del dio degli inganni, l’unico luogo dove potesse essere in quel momento ma, dentro di me, una voce insistente cominciava a suggerirmi che, forse, Loki era fuggito. Che avesse approfittato della lontananza del fratello per mancare alla parola data ed abbandonare Asgard al suo destino, che io – orrore! avrei scoperto questo evento terribile. E, mio malgrado, non l’avrei più visto. Ma ecco che, finalmente, la porta ad ogiva dello studio del mago mi si parò davanti, e io immaginai che lo avrei trovato lì, nel suo studio, in piedi, ad aspettarmi. Un rumore secco mi fece sobbalzare. Un colpo violento, terribile. Mi si gelò il sangue nelle vene, ed immaginai che i soldati ubriachi mi avessero anticipata, che avessero venduto davvero il dio degli inganni ad uno dei suoi molti nemici giurati. Immaginai che, dietro la porta chiusa, i due lottassero. Aprii la porta, di scatto, ed il vento gelido e freddo m’investì con una folata.

Loki

L’ampia sala era vuota e buia. Una finestra lasciata aperta sbatteva impietosa, e le raffiche feroci sparpagliavano ovunque appunti e pergamene, sfogliavano le pagine fittamente chiosate dei libri lasciati aperti, rovesciavano penne e calamai. Ma lo studio era vuoto. Silenzioso, oscuro, abbandonato. Mi guardai attorno, poi corsi a serrare le imposte che sbattevano senza pietà, lottando contro il vento e la serratura che non voleva chiudersi. Quando finalmente scattò, vidi riflesso nel vetro, nella penombra della stanza, un’ombra che avevo sognato, che mi era mancata, che si era celata al mio ingresso grazie al potere disturbante della sua magia.

“Sei qui,” mormorai senza voltarmi, e l’angoscia che mi aveva morso il cuore fino ad allora si sciolse in un singhiozzo strozzato.

“Temevi che fossi fuggito?” sorrise Loki beffardo. “È questo quello che faresti, se trovassi un modo per uscire di qui?” disse, e mi sfiorò con leggerezza una ciocca lunga e bionda.

“Dicono che ti venderanno ai tuoi nemici, che tua è la colpa della scossa di oggi,” soffiai voltandomi in fretta, e lui mi fissò a lungo in silenzio, serio in volto.

“Lo so,” disse, e pensai che ci fosse qualcosa, nel tono della sua voce, di diverso. Una nota triste, nostalgica forse, e aggiunse non m’importa e, per una volta, nessun sorriso beffardo gli attraversò il viso, e i suoi occhi continuarono a fissarmi rapaci, e non ci dicemmo nient’altro mentre mi sfilava il mantello, che cadde a terra, e assieme a lui altri indumenti, tolti ora in fretta, ora con esasperata lentezza.

È quasi mattina. Non dovrei più scrivere, ma la penna, tra le mie mani, corre sulla carta ruvida come fosse una cosa viva. Sì, il principe Thor aveva ragione. Scrivendo – confessando, il cuore si alleggerisce, le notti scivolano via più rapidamente. Glielo deve aver sussurrato Loki, le labbra piegate appena di lato nel suo sorriso sbieco, di lupo, lo stesso con cui, talvolta, mi guardava anche quando eravamo ancora stretti l’uno all’altra. La notte rendeva la sua pelle più chiara di quanto già non fosse grazie alla prigionia, e le ombre scure sotto i suoi occhi verdi raccontavano come l’insonnia antica non l’avesse abbandonato, così come i propositi di fuga che ancora gli animavano il petto. Non c’era ancora il bracciale di rame, al suo polso. Quello, Thor lo stava ancora cercando – forse, fu in una di quelle notti che passammo fuori dal tempo, che l’acquistò.

Fuori dal tempo. Così le definiva Loki. Spietato e crudele, lo rimase anche sotto le coltri di seta e pelliccia del letto. Non disse mai che mi amava. “Quello che accade qui dentro non trova corrispondenza nel mondo di fuori,” sentenziava piegando le labbra in una smorfia stizzita, e la sua voce non era né dura e tagliente né dolce e suadente, ma arrochita dall’aria fredda dell’alba, e bassa. Mi irrigidivo accanto a lui, stretta nella seta, vergognandomi di essere lì, davanti al suo sguardo appuntito, vergognandomi di aver perso la ragione ed il senno, e volevo replicare, ma Loki proseguiva, tornando a fissare con aria distante il cielo di Asgard che si riempiva lentamente di luce.

“Questo posto è fuori dal tempo. Qui dentro la mia magia è potente, e nulla pare cambiato,” ammetteva scuotendo appena il capo, inarcando un sopracciglio. E proseguiva, senza guardarmi, mentre la luce del sole gli illuminava il viso reso pallido dall’insonnia devastante, dalla reclusione forzata. Qui dentro, aggiungeva appoggiando il braccio al telaio della finestra, qui dentro Thor mi chiama fratello e mi fa visita, tu mi concedi il tuo cuore, io lavoro per Asgard che mi ha imprigionato. Qui dentro io ho un nome. Ma fuori di qua, dolce Sigyn, io non ho niente: né nome né magia né appoggio. Nulla.”

Se le mie visite si diradavano, pareva non darsi pena per la mia assenza, quando mi vedeva, non mostrava né sorpresa né gioia. Riprendemmo a parlare di libri: ragionavano di teoremi e poemi, di versi e traduzioni, solo che ora, talvolta, nel bel mezzo di un discorso, la sua mano scivolava sul mio collo, le nostre dita s’intrecciavano. Non si pentì, questo mai, dei momenti felici passati nella prigionia, ma guardandomi negli occhi, mentre mi apprestavo ad andare via, mi ricordava a bassa voce che sbagliavamo: che non c’era futuro, per noi, né ci sarebbe stato. Ma il futuro non esisteva ancora, il passato non aveva importanza, e l’unica cosa vera mi pareva il presente.

“E il prezzo di quest’errore, dolce Sigyn, sei disposta a pagarlo?” domandava lui con voce divertita, ridendo con la bocca e non con gli occhi, freddi e glaciali.

Lo disse anche l’ultima notte che passammo insieme. Arrivai tardi, più delle altre volte. Avevo gli occhi pieni di lacrime, ma li asciugai in fretta, prima di entrare – non è vero che il dio degli inganni vedeva ogni cosa; anche lui s’abbagliava, talvolta. Non mi chiese perché avessi violato le sue stanze a quell’ora, né disse una parola sui miei occhi rossi di pianto. Rimase lì, in attesa, le mani incrociate dietro la schiena, come se stesse aspettandomi già da molte ore, come se sapesse meglio di me perché fossi venuta. S’era fatto trovare impegnato a leggere un libro, che aveva richiuso teatralmente quando mi aveva vista entrare – quale trucco migliore, per destare la mia attenzione?

Un’occhiata lunga, stretta, aguzza. “Sei tornata,” osservò rompendo il silenzio.

“Ne dubitavi?” domandai io, e le nostre ombre lunghe sulle pareti parevano taglienti come il suo sguardo.

“Speravo non l’avresti fatto,” ammise lui con un ghigno, inclinando appena la testa di lato. “Ora conosci il prezzo, Sigyn?” domandò immobile. Forse davvero vedeva ogni cosa, persino nella sua prigione. Ma allora perché non hai visto il colpo mortale che ti ha ucciso? Perché hai scelto di sacrificare la vita per Asgard, per salvare Thor, anziché fuggire beffandoti di noi, come credevamo avresti fatto – come speravamo avresti fatto.

L’aveva capito dal vestito che indossavo, più grazioso? Dagli occhi arrossati, dal pallore del viso? Riprese a parlare, senza lasciarmi il tempo di dire nulla – del resto, lui sapeva già ogni cosa.

“Non ce n’era bisogno,” disse con una smorfia severa, serrando la mascella, stringendo i pugni. “Cosa hai fatto?” sibilò scuotendo il capo.

Loki non conosceva il futuro: solo, sapeva leggere negli occhi altrui. Nei miei lesse che avevo ceduto al ricatto di Theoric, per amor suo. Successe dopo che corsi da lui, il giorno in cui Asgard aveva fissato sgomenta ed offesa la terra che le si era rivoltata contro, cercando un colpevole: alcuni, come ho detto, individuarono in lui la causa di ogni disgrazia. Furono loro che si rivolsero a Theoric, chiedendo informazioni su come fosse possibile entrare nella prigione dorata, non visti; su quale fosse, il nome di chi aveva giurato di non morire, prima di aver visto la testa del dio degli inganni infilata su una picca. E a lui venne in mente un’idea, un piano, e attese, spiandomi. Poi, venne a trovarmi nella locanda. Disse che sapeva del piano di Thor; che avrebbe rivelato ad Odino il tradimento dell’erede al trono e del principe maledetto. Mi raccontò questa e molte altre cose A meno che.

E Loki rise d’un riso freddo e glaciale, come i venti del nord che scendevano dalle Montagne di Jotunheim, e disse pensi forse che possa tremare di paura di fronte a nemici antichi? Qui il mio potere è forte come un tempo, è fuori, maledizione, che ne sono privo. Come hai potuto anche solo pensare che le volgari minacce di un omuncolo qualsiasi possano impensierire me o Thor, nati per essere re?

Una rabbia tremenda aveva regalato alla sua voce vibrazioni mai udite, che sfuggivano al suo controllo abituale, e il seidr che permeava la stanza reagiva altresì a quell’ira funesta, facendo traballare i tavoli e le sedie, alimentando all’improvviso le fiamme nel camino.

“Ma Odino, lui lo temi,” mi azzardai a dire, e gli occhi di Loki mi colpirono come dardi. Verdi, freddi, quasi trasparenti e colmi d’ira. Aveva sussultato, alle mie parole, e mi rispose dopo un silenzio troppo lungo. “Le sappiamo sopportare assai bene, le punizioni del Padre Tutto,” soffiò a denti stretti, “né mai le abbiamo temute. Non avresti dovuto farlo.”

E poi lui, chiuso in una torre, mi rivelò con amarezza quanto fossi stata sciocca a rinunciare alla mia libertà, lui che era imprigionato. Spezza la promessa, non ho bisogno del tuo aiuto. Spezza la promessa, non sai quello che fai. Spezzerai la promessa, devi farlo, sciocca, stupida ragazzina.

“Non posso,” dissi io. “Se ci fosse anche solo un’eventualità che il vostro piano fallisca, io non voglio che sia a causa mia.”

Qualcosa si era spezzato. La mia decisione era un sacrificio intollerabile, per Loki lingua d’Argento; aveva il sapore di un’offesa che il fiero principe degli Aesir non poteva sopportare. Sentii, nel tono amaro e ironico della sua voce arrochita, la distanza tra noi, repentina e inequivocabile.

“Tu menti,” mi disse con voce stanca, quasi sofferente, “perché la realtà ti spaventa, ma non hai il coraggio di affrontarla nel modo giusto. Non la vuoi combattere, e allora,” proseguì aprendo le braccia, “allora fai la scelta più semplice.”

“Tu menti, e mi confondi,” lo accusai, ed alzai una nota di troppo la voce. Un lampo attraversò gli occhi chiari di Loki.

“Non sei venuta qui per parlami del tuo soldato,” soffiò, e ridusse la distanza di sicurezza che si era di nuovo instaurata tra noi. Mi guardò dall’alto in basso, come se mi vedesse per la prima volta, poi puntò i suoi occhi verdi e freddi su di me. “Cos’è che confondo?” domandò inclinando il capo. Con un gesto leggero scostò appena una ciocca di capelli dal mio viso.

Il mio cuore, pensai, ma non risposi: lui lo sapeva, e non avrei ceduto al bisogno di dirglielo ancora; e Loki, lentamente, con un solo gesto, lasciò andare il lungo ciuffo che mi arrivava fino alle spalle. Io sobbalzai di freddo, di paura e di qualcos’altro.

“Perché sei venuta nel cuore della notte a dirmelo?” domandò ancora, sfiorandomi la spalla. Ed il suo tocco, sulla stoffa leggera che mi copriva la pelle, fu come fuoco. Avrei potuto scostarmi. Sarebbe bastato un millimetro. Teneva gli occhi fissi nei miei, occhi ardenti e freddi assieme, ed aveva un’espressione terribilmente seria sul viso. Mi accorsi che respiravamo appena entrambi, quasi che compiere il più naturale dei gesti potesse incrinare quel momento, spezzando equilibri di cui nemmeno noi conoscevamo il nome che, forse, erano già infranti.

Perché non riuscivo a dormire, dissi, e mi battevano i denti dal freddo.

“A che pensavi?” chiese a bassa voce prendendomi le mani fredde tra le sue.

A te. Avrei dovuto dire pensavo a te. Spiegami questo, amore mio. Invece non risposi, perché sapevo che tra noi, in qualche modo, era finita. Lui aggiunse che avrebbe aggiunto l’ennesima sua cattiva azione, e lo disse slacciandomi il mantello.

E allora torno raccontare, con parole diverse, quell’ultima sera passata sulla nostra terrazza quando, guardandomi, aveva detto hai occhi tristi, Sigyn. E a me si era spezzato il cuore. Perché la sua freddezza non era indifferenza, ma rabbia per una scelta che non approvava, che io solo avrei dovuto avere il coraggio di cambiare. Ma lui non è più tornato, e io non sono stata abbastanza forte.

Il libro con il fiore storto ed essiccato nel mezzo, lo fece scivolare tra le mie mani l’ultima volta che lo vidi.

“Avevi detto che non mi amavi gli addii,” soffiai stretta alla parete, in un angolo d’ombra dove arrivavano ancora le voci allegre dei festanti.

“Questo era necessario,” ammise col suo sorriso storto, di lupo. Mi pareva che nel suo sguardo, sempre affilato e attento, una nostalgia antica si affacciasse, unita ad una cupa determinazione, e mi chiesi se la fuga imminente destasse nel suo cuore anche la paura, oltre all’eccitazione.

“Partiremo,” disse, “stanotte.”

“L’incantesimo è spezzato?” domandai, mentre il cuore mi si scioglieva nel petto. La freddezza, tra noi, non se n’era più andata, era come uno strato di ghiaccio che aveva ricoperto lo spazio che ci divideva, cristallizzandolo.

“Per quello che ne sappiamo,” aggiunse laconico.

“Se vi sbagliaste? Cosa sarà di te, se combatterai con gli Aesir senza la tua magia?” soffiai terrorizzata.

“Sono il dio degli inganni,” ironizzò con il suo sorriso storto, di lupo, “e forse è nel mio destino fare sempre la scelta sbagliata. Anche con te.”

Una lacrima scivolò sulla mia guancia. “Ti aspetterò,” dissi, anche se conoscevo la sua risposta.

E allora Loki distolse lo sguardo, per la prima volta da quando l’avevo incontrato. “Qualunque cosa succeda, non tornerò qui,” disse sicuro. E quella promessa l’avrebbe mantenuta, in un modo o nell’altro. Poi, volse il capo verso la sala, controllando se l’uscita fosse libera. Io lo osservai sottecchi, spiando il suo profilo affilato rischiarato appena dalla luce, e così lo vidi allontanarsi, sparire tra la folla, ombra tra le ombre.

Piansi, perché se ne era andato senza tornare, era fuggito senza voltarsi indietro, ed io ero rimasta lì, ad Asgard dalle alte torri, a tentare di ricordare la sua voce, bassa e leggermente arrochita, capace d’incantare. L’avrei dimenticata – l’ho dimenticata, alla fine.

Epilogo

Thor distolse lo sguardo in fretta, vergognandosi d’aver letto qualcosa di intimo e non destinato a lui. Strinse più forte i fogli di pergamena, e quelli si piegarono con uno scrocchio sotto le sue forti dita. Nelle pagine della ragazza, aveva rivisto il fratello perduto, e la nostalgia, per un momento, si era fatta meno feroce. Anche lui, ogni giorno che passava, dimenticava un pezzo di Loki. Spariva la voce, il modo di guardare con attenzione ogni cosa, il sorriso beffardo, appena accennato, che gli increspava le labbra sottili, il modo elegante di muovere le mani per spiegare un concetto. La voce, invece, era ancora un’eco lontana e, se si concentrava abbastanza, era in grado di rievocarla, nella sua testa. Ma ogni giorno quel suono familiare si faceva più lieve e distante, e Thor scopriva che non gli apparteneva più come un tempo.

La meta gli si parò davanti all’improvviso. Una terra brulla, avvolta nella nebbia, desolata. Scese in fretta dalla nave, guardandosi attorno circospetto. Si chiese, per l’ennesima volta da quando aveva iniziato quel viaggio, cosa sperasse di trovare. Perché i poveri resti del fratello dovessero essere custoditi proprio in quel luogo. Ma ormai, la sua ricerca aveva perso i caratteri della ragione per inseguire e soddisfare solamente una speranza vana, un desiderio sbiadito: riportare ad Asgard le ossa di Loki e concedergli un funerale degno della sua schiatta reale. O lui stesso, in persona, vivo. Ma quella, era una speranza priva d’ogni fondamento, ormai.

Si inoltrò nel paesaggio rarefatto e spettrale, lunare quasi, camminando controvento. Alzò gli occhi osservando i resti di civiltà antiche e dimenticate, di cui rimanevano come testimoni solo principi di archi a sesto acuto, miracolosamente ancora in piedi. Avanzò tra i palazzi crollati e le colonne diritte e lunghe come mani rivolte al cielo e, infine, lo vide. Una figura alta e snella si stagliava contro l’oscurità della sera e, in essa, Thor riconobbe l’ombra inquieta del fratello.

Lo raggiunse, senza saper dire se si trattasse di un’allucinazione amara o di un abbaglio o se, semplicemente, fosse il suo spettro beffardo, venuto a tormentarlo poiché nemmeno in Hel aveva potuto trovare pace.

Ma quando la raggiunse, si accorse che l’ombra aveva altre fattezze – pensò però che le avesse mutate, e si ritrovò a fissare guardingo un mendicante cencioso avvolto in uno scuro mantello.

“Che ci fa il Re di Asgard in questa luna dimenticata?” domandò il vecchio inclinando il capo.

Thor rispose e raccontò la sua storia e, mentre parlava, stringeva tra le dita forti e nodose la pergamena scritta fitta da una mano gentile. Il vecchio ascoltò con attenzione, e fissò più volte, incuriosito, il rotolo giallo.

Quando ebbe sentito ogni cosa, alzò un sopracciglio canuto. “Tu, in fondo, pensi ancora che si sia salvato, grande e nobile Thor? Tu ancora speri questo, di trovarlo vivo?” domandò stupito.

“Lo troverò. Ho revocato il banno, perdonato il tradimento. È stato il mio primo atto da sovrano,” ammise con un sorriso triste. “Non importa se riporterò ad Asgard le sue ossa sbiancate o lui in persona. Deve tornare a casa,” spiegò Thor semplicemente.

Gli occhi del mendicante vagarono inquieti per la luna desolata e brulla. Poi sospirò, ed intrecciò le mani dietro la schiena. “Casa è il posto dove c’è qualcuno che ti aspetta, mio nobile re. Pensi davvero, ammesso e non concesso che il dio degli inganni sia, vivo, da qualche parte, che potrebbe definire Asgard casa?” mormorò con dolcezza.

Allora Thor mostrò al mendicante la pergamena che stringeva tra le mani, e quello abbassò gli occhi sul rotolo vergato fitto, come se potesse, con uno sguardo, valutarne il peso, il contenuto, e poi rialzò le iridi chiare sul biondo Ase, in attesa.

“Se leggesse questo,” spiegò il dio del tuono, “saprebbe che Asgard è ancora e sempre casa.”

Il mendicante gli rivolse un’occhiata attenta, dubbiosa e circospetta, ma Thor pensò che suo fratello era sempre stato dannatamente curioso e gli porse il rotolo. “Se lo leggessi, lei se ne avrebbe a male. Parla di voi due.”

Un lampo verde illuminò il vecchio, e sotto il mantello scuro riapparve finalmente il viso affilato e la figura alta e nervosa del dio degli inganni.

“Avevi detto che non mi avresti cercato mai, pure se ti fosse venuto il dubbio di una mia eventuale sopravvivenza,” soffiò risentito e accigliato.

“Ho rotto il patto,” confessò il Re di Asgard. “Ti ho cercato per i mondi: in ogni anfratto, in ogni luna, in ogni terra, io ti ho cercato.”

“Lei, invece,” proseguì Loki con stizza, “aveva detto che avrebbe mantenuto fede ad un patto idiota fatto per salvare me, che certo non avevo bisogno del suo intervento.”

“Questa è una bugia crudele,” l’ammonì Thor.

“E voi, non mantenete le promesse,” replicò il dio degli inganni piegando le labbra in un sorriso beffardo.

 

Quand’era il tramonto, ad Asgard, soffiava sempre una brezza fredda che ricordava agli Aesir quanto fosse vicina Jotunheim dalle plaghe ghiacciate, dove i lupi diventano ciechi. Sigyn, nel momento in cui il vento pungente si alzava, soleva avvolgersi nel mantello di lana e fissare il sole che moriva ad Occidente, ricordando un tempo lontano. Poi, quando le prime stelle della sera si affacciavano sul cielo ormai turchino, ritornava in casa, sola. Ma una sera il vento soffiò più freddo, portando con sé il sentore della prima neve, e Sigyn rientrò prima nelle stanze invase dalle ombre lunghe del tramonto, e si fermò accanto alla poltrona. Lì, poggiato su un bracciolo, stava l’ultimo dono del dio degli inganni. Un libro di fiabe, con le rune quasi sbiadite e come segnalibro un vecchio fiore essiccato dal gambo storto. Fu allora che una voce roca e suadente, ormai dimenticata, risuonò tra le pareti spoglie.

“Non è un libro adatto a te,” disse Loki apparendo all’improvviso, e Sigyn sobbalzò, coprendosi la bocca con le mani dalla sorpresa e dalla paura. “Sei vivo,” soffiò tremante, mentre le lacrime scivolavano sulle sue guance pallide e fredde.

“Così pare,” tagliò corto l’Ase. “Era proprio questo, quello che prendesti la sera che ci rincontrammo,” osservò distante, avvicinandosi alla poltrona e afferrando il libro, “ma non era davvero il caso che lo vedessi.” Ne sfogliò le pagine consunte, mentre un sorriso affilato gli attraversava il bel viso, fin quando non ritrovò il fiore essiccato.

“Eri tu. Io, dopo l’ho ricordato, prima, credevo fosse un sogno” boccheggiò Sigyn, ancora immobile. Credeva che, se si fosse avvicinata troppo al dio degli inganni che le sorrideva divertito, lui sarebbe sparito, dissolvendosi come un’ombra o un miraggio.

“Lo so,” disse lui, e piegò la testa di lato, sorridendole appena.

“Non è possibile. Sembra la fine d’una fiaba,” mormorò lei, ed il dio degli inganni roteò gli occhi, stizzito, e l’avvertì che la piantasse immediatamente, con queste frasette smielate, disse, e che se ne sarebbe ritornato a spassarsela in giro per i Nove Mondi, alla prossima cosetta da ragazzina innamorata che avesse tirato fuori. Che non esistevano le fiabe, e i lieti fini erano assai rari: l’amore difficilmente trionfava, e certo quello non era il caso, dato che lui era ad Asgard, di nuovo. Altre volte ancora avrebbe sottolineato che credere al potere salvifico dell’amore era menzogna, inganno: che le persone bisognava prenderle per ciò che erano, con i loro difetti, i loro errori, i loro sbagli, senza tentare di cambiarle, senza illudersi di poterle rendere altro da ciò che erano mentre, con mani nervose, le cercava la pelle, le mordeva le labbra.

FINE

N.d.A.

Un ringraziamento speciale alla Cicala Sara, paziente lettrice e abile scioglitrice di trame. Dedico l’introduzione a Emiliana, che sa cosa penso dei finali. Vedete cosa succede, a non sopportare i programmi in TV?!

C.

Disclaimer: i personaggi appartengono alla Marvel, eccezion fatta per quella povera anima di Sigyn, che viene para para da quel poco che viene detto di lei nell’Edda. Questa storia è stata scritta senza alcuno scopo di lucro. Loki approva solo la battuta finale, ad ogni modo.

2 Commenti

  1. Emiliana 20 luglio 2016
    • Cicale Chic 20 luglio 2016

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