Bentornati Thor e Loki! L’omaggio delle Cicale pt.3

Pare proprio che le vostre affezionate Cicale siano gasatissime all’idea che Tom e Chris vestano di nuovo gli scomodi panni di Loki e Thor. In verità, la nerd del duo è decisamente più la Cicala Claudia che, fedele alle sue abitudini, prima di presentarvi la sua storiella, deve fare un cappello introduttivo scemo. Così, per spezzare la tensione. Che ci volete fare. Assodato, assieme alla Cicala Sara, che la prima persona è un artificio retorico  – ma voi, che siete Lettori intelligenti, l’avete già capito, l’Autrice si perde nelle sue fisime. E negli Universi Paralleli che inventa.

“E se la facessi finire così, anziché cosa’?” boccheggia stringendo la cornetta.

Dall’altra parte, la Cicala Sara sospira. Capirete anche voi perché sospira. La Cicala Claudia ha tutta una teoria sua su come debbano essere i finali, ma Sara ha un’incrollabile fede sulla capacità di discernimento dell’altra Cicala. Ad ogni modo, ve l’assicura, vigilerà.

“Piuttosto,” dice, “finisci ogni episodio peggio di uno scrittore russo dell’Ottocento. In media res. Te possino!” mormora.

gli altri episodi li trovate qui e qui

Episodio 3 di questa storiella senza pretese con protagonista Loki

“E ora, cos’è cambiato?” chiese ancora. Il dio degli inganni e del caos, a cui non sarebbe importato se il giorno seguente il Titano fosse sceso su Asgard e l’avesse distrutta, almeno così diceva, si preoccupava per me, forse.

“Crede che tu possa,” mi bloccai: un guizzo, una luce gli aveva attraversato gli occhi verdi, la bocca si era piegata nel principio di un sorriso beffardo. “Che io possa lasciarmi incantare,” mi corressi alla fine.

“Da cosa?” soffiò lui, gli occhi brillanti, in attesa, proteso verso di me, con ancora il mio braccio tra le sue dita.

“Da te,” gli risposi. E avrei dovuto aggiungere dai tuoi occhi troppo verdi, in cui vedo scorrere troppe cose, dal tuo sorriso da fiera selvaggia, dal tocco delle tue dita, che ogni volta mi brucia, dalla tua voce calda, leggermente roca, dal mio nome pronunciato da te, che sembra così bello, dai discorsi che facciamo su terre lontane di cui ho solo letto e che tu hai visto mille volte: da tutto questo Theo vorrebbe trascinarmi via, ma ho paura che sia troppo tardi, e che tu lo sappia e stia solo giocando con me, che ti piaccia sentirti dire che credo di tremare, quando mi guardi.

Da te, mormorai, e Loki mi parve avvicinarsi ancora di più, chinarsi verso di me, lui che era così alto, e soffiarmi, troppo vicino, che era solo una sciocca paura, quella di Theoric. “Non ha niente da temere, non è vero?” domandò retorico, senza mai staccare i suoi occhi da lupo dai miei.

In quel momento pensai che mi avrebbe baciato; sperai che mi avrebbe baciato. Invece, si fermò a pochi millimetri dalle mie labbra. Quella notte non riuscii a dormire. Rimasi sveglia fin quasi l’alba a pensare a quel contatto mancato, a ciò che stavo facendo a me, a Theoric; a lui, che forse dormiva, più probabilmente leggeva, aspettando che le ore, insopportabilmente lunghe, scorressero via da lui, chiuso in quella prigione da cui, se fosse uscito, avrebbe perso se stesso, ma in cui, se fosse rimasto, sarebbe stato annientato comunque, giorno dopo giorno. Mi resi conto che il destino di Loki mi stava a cuore. Ed ebbi paura, perché lui non sarebbe mai riuscito ad riemergere da quel suo inferno personale che si era creato. Quella notte mi convinsi che Thor avrebbe fallito, che suo fratello non sarebbe mai uscito da lì, che io mi sarei persa dietro ai suoi occhi verdi, al suo sorriso beffardo, alla sua voce, ultima vittima dei suoi inganni. Ebbi paura, ma assieme ad essa provai anche qualcosa di simile all’euforia per quel destino così tragico, così epico, che mi ero figurata.

Mi addormentai verso l’alba, e di nuovo il sogno che già da diverse notti facevo, tornò a tormentarmi. Lo scrivo qui, adesso, affinché, fissando il suo ricordo sulla carta, possa scoprire qualcosa, trovare un dettaglio che mi dica perché mi insegue ogni notte, cosa c’è che non comprendo in esso.

C’è una folla. Immensa, curiosa, vociante, che si accalca verso la strada, spinge, borbotta, alza il capo per vedere meglio. In mezzo ad essa, c’è una ragazza assieme ad altri. Ride, scherza, guarda oltre il mare di teste. Il piccolo gruppo è lontano dalla strada che dal palazzo di Asgard scende giù per la città. Per mano, la ragazza tiene una bambina; si annoia, chiama la sorella, ma questa non le bada. È arrivato il drappello di guardie scelte di Odino; le loro corazze dorate riflettono la luce del sole, la punta delle loro lance svetta contro il cielo azzurro. Attraversano seri la strada, senza guardare la gente che li circonda. Ma gli occhi di tutti, in effetti, non guardano loro. La folla è venuta lì per vedere il figlio di Odino che viene condotto in catene verso la prigione dove lo incontrerò io anni dopo, e trattiene il respiro, il brusio scema quando lui passa. Loki avanza fiero, nonostante le catene ai polsi, a testa alta, come se la sua destinazione non sia la prigione da cui ancora non è uscito, ma il trono di Odino in persona. Eppure, la sentenza deve rimbombargli ancora nelle orecchie.

È quello il momento in cui la bambina approfitta della distrazione della sorella, sfugge dalla sua mano, scivola in mezzo alla folla, si intrufola non vista tra gli astanti, e sbuca, imprevista, davanti al dio degli inganni, bloccando il corteo, impuntandosi di fronte a Loki, porgendogli un fiore raccolto, che teneva in tasca ed è già mezzo appassito. Sogno che un’espressione stupita attraversi il viso affilato del dio degli inganni. Sogno che lanci una muta occhiata, unita ad un’espressione divertita, che pare chiedere a Thor, splendente sul suo destriero bianco, il permesso di fare alcunché – del resto, il fiero principe è ormai solo un prigioniero – e, al breve cenno del dio del tuono, prendere il fiore che gli viene porto e protendersi in un solenne, principesco inchino. Un momento dopo, una guardia si affretta a riprendere la bambina, restituirla alla sorella urlante. Il corteo riprende, e Loki si avvia verso la prigione con la stessa aria trionfante di poco prima.

Forse dovrei chiedere alle Norne che mi conducano presso la fonte di Mimir e mi svelino perché continuo a sognare questa scena, cui mai un dettaglio nuovo rompe l’ordine delle cose, che è sempre uguale a se stesso: forse è il mio bisogno di sapere, di conoscere, che mi spinge a ricreare nella mente episodi che non ho visto, che ho solo immaginato o sentito raccontare distrattamente. Cos’è che è successo, davvero? Odino ha bandito il nome di suo figlio, l’ha cancellato dalla memoria collettiva, ma noi tutti conosciamo il suo nome, lo temiamo. Io stessa, dico di non sapere nulla, ma in realtà ricordo molte storie che hanno per protagonista il dio degli inganni. Ma quali di queste sono vere, quali inventate dalla gente? Ripenso ai racconti di Theo, tutti tesi a illustrarmi quanto fosse stato perfido e spregiudicato Loki, quand’era a piede libero: quelle stesse parole, io gliele ho riferite, senza mutare né aggiungere nulla, e lui le ha ascoltate con attenzione, con soddisfazione, ma senza mai smentire o confermare alcunché. Si divertiva, mentre gli riferivo tutto quanto sapevo. Seppure si fosse trattato di cose vere, penso che siano eventi distanti, privi di importanza, che guarda ormai con il distacco che solo il tempo conferisce alle cose; ben diverso da ciò che è accaduto quando ho ascoltato i due fratelli parlare di ciò che successe quando Loki fu catturato l’ultima, definitiva, volta. Lì, nessun passato ha mitigato i ricordi: le ferite di quei giorni sono ancora vive e sanguinolente, e rievocare quei giorni è come gettare sale su una ferita.

 

Ricordi

È tutta la sera che consumo pagine, poi mi fermo, rileggo, cancello, strappo. Non fu colpa di Theo, se incontrai Loki. Non ci fu nessun caso, nemmeno nella scelta di lui come sua guardia; tutto fece parte – fa parte – di un piano astuto, sottile, pericoloso, di cui io sono, mio malgrado, la pedina inconsapevole di una mente scaltra e crudele. La prigionia di Loki non dura che da una quindicina d’anni, e quando fu condotto in catene alla torre, tutta Asgard era presente. Compresa io, che ero una bambina. Quindi non sogno, ricordo. Eppure, benché mi sforzi, non riesco a riconoscere, nella bimbetta che offre un fiore al dio degli inganni, me stessa. Ma tra le pagine dell’ultimo libro che mi ha dato Loki prima di partire, ho trovato un segnalibro: un fiore di campo, dal gambo storto, essiccato, senza più colore. Quando l’ho visto, ho pianto.

È una cosa divertente, il caso, mi ha detto una volta, sorridendo. Era una di quelle serate serene, in cui Loki aveva voglia di parlare. Seduto accanto a me, di fronte al camino, mi illustrava con l’eccitazione di un bambino le splendide miniature che adornavano il manoscritto che gli avevo recato quella sera. Erano testi preziosi, che Thor spesso portava dai confini dell’Universo per far piacere al fratello rinchiuso. Il dio degli inganni, generalmente, fingeva disinteresse per quelle gentilezze, talvolta nemmeno richieste. Lo avevo visto più volte scrutare i tomi che l’altro gli faceva recapitare di sua iniziativa assottigliando le pupille chiare, rigirandoseli tra le mani come se fossero cadaveri di ratti, e non libri. Era solo scena, chiaramente. Quei volumi li studiava la notte, chiosandoli forsennatamente con la sua grafia elegante. Io li cercavo con lo sguardo, talvolta, e riferivo a Thor che il dono, accettato con sdegno, era stato invece molto apprezzato; il principe si imbarazzava per quelle confidenze e non nascondeva soddisfazione per le mie parole. Ultimamente, però, Loki aveva cambiato atteggiamento. Mi pareva che aspettasse con ansia che Thor gli portasse dei libri e, spesso, neanche aspettava che andassi via per scrutarli, leggerli, sfogliarli avidamente. E quando l’umore provato dalla lunga prigionia glielo permetteva, si lasciava andare alle sue spiegazioni affascinanti, alle sue teorie brillanti, e mi mostrava, col sorriso sulle labbra, la meraviglia di quei testi che venivano da lontano. Quella sera parlammo di casualità, di colpi fortuiti. E Loki, che era un grande conoscitore del caso e del caos, stuzzicava la mia mente con sottili ragionamenti, invitandomi a pensare che non sempre le coincidenze erano tali; che più spesso dietro di esse si nascondevano piani elaboratissimi. Ora credo che mi stesse anticipando il suo per me.

Eppure manca il fine, lo scopo. Loki è andato via, non tornerà. Me l’ha detto la notte che è partito con Thor, mentre le nostre dita si scioglievano dal loro intreccio. Me l’ha confermato Thor, ora che è tornato. Io sono qui, incolume nel fisico sebbene col cuore in pezzi, e non ho missioni segrete da portare a termine. Lui non mi ha chiesto nulla di tutto ciò. L’ho detto anche ad Odino, quando ieri mi ha chiamato. È sempre imponente sul suo trono, ma il suo viso mi è sembrato più segnato dalle rughe, le spalle più curve; mi è apparso stanco, provato. Nei lineamenti del suo viso ho rivisto la bellezza di Thor, la mascella forte, il naso diritto, ed è facile indovinare che, in gioventù, fosse possente come è oggi il dio del tuono. Eppure, quando sorride, lo fa col sorriso beffardo di Loki, e medesimo è il modo in cui muove le mani, quando parla, tanto che mi ha fatto credere che siano davvero legati da un vincolo di sangue. Anche il modo di scoperchiare i pensieri, indovinare i ragionamenti, hanno in comune; ma se Loki agisce per divertirsi, Odino non abusa del suo potere: è come un padre bonario, che toglie dalla testa pensieri e ricordi non per rivoltarli contro le sue vittime, ma per dispiegarli davanti ai suoi interlocutori come farebbe con un arazzo meraviglioso, affinché comprendano cosa alberghi realmente nei loro cuori, ed imparino ad accettarlo.

Mi sono immaginata loro due, Odino e Loki, l’uno di fronte all’altro, nei loro scontri, e ho pensato che, forse, ciò che ci appartiene, che ci caratterizza nel comportamento e nel modo d’essere, se lo ritroviamo in qualcun altro ci ferisce, ci offende, ci è insopportabile: quelle somiglianze che ho notato, forse erano responsabili della voragine che li aveva divisi, inghiottiti entrambi. Così il Padre di tutto è stato incapace di tollerare le astuzie e i raggiri del figlio perduto, proprio perché in essi rivedeva se stesso, una parte di sé difficile da accettare, meno nobile di quella che rappresentava il figlio maggiore.

Voleva parlarmi, ma non per chiedermi dove fosse Loki. Ha detto solo, con voce amara, “ecco l’ennesima vittima del dio degli inganni.”

Ha detto che condividevo con il principe Thor il triste destino di amare una creatura sfuggente, inquieta, crudele. Che il figlio maggiore non teneva agli altri fratelli come a lui. Gli ho dato fratelli veri, di sangue, diceva, simili a lui nell’aspetto, nell’indole, nel valore, che hanno, nei suoi confronti, una devozione e un’ammirazione che commuove. Ma lui, testardo, crudele, non li ama come ama quello che gli ho portato da Jotunheim ricoperta di ghiacci. Quando me l’ha riportato qui, in catene, l’ultima volta, piangeva il dio del tuono, come un vitello. Ghignò mestamente, al ricordo. Se l’è andato a riprendere fino ai confini dell’Universo non tanto perché la giustizia di Asgard dovesse trionfare, povero erede mio, ma per impedire che altri gli ammazzassero quel fratello ingrato, vile, crudele, amatissimo.

Mi ha anche detto che è meglio dimenticare. Che stendere l’oblio sul figlio perduto altro non è stato che questo, il tentativo disperato di cancellare il dolore per la delusione profonda che Loki gli aveva causato, che avrebbe sempre causato. E tu, bambina, ha aggiunto, che sei giovane e graziosa, vai avanti con la tua vita come se nulla di tutto questo fosse mai successo: sposa la guardia che ti faceva la corte, andate via da Asgard dalle bianche torri: il dio degli inganni non tornerà. Ma non era convinto nemmeno lui delle parole che stava pronunciando, come se le stesse dicendo per adempiere ad un compito prestabilito. Ma non si può dimenticare.

Chissà dov’è ora, Loki. Se Thor riuscirà a trovarlo, se entrambi si salveranno o se, più probabilmente, non verranno inghiottiti insieme da questa guerra che ci logora tutti. L’accordo, lo strinse proprio lui, quando cadde dal Bifrost spezzato e si perse nell’oblio oscuro dei mondi. E lì, con quel patto orribile stretto forse per rabbia, disperazione o necessità che iniziò la caccia a quelle gemme perdute che stanno distruggendo i mondi e gli equilibri così come li conosciamo. Il Bifrost, lo osservo ogni mattina dalle mie finestre. Sembra solido, immenso, fatto di luce incorruttibile. È difficile immaginare che i due principi l’abbiano infranto combattendo. Se ci si sporge dal suo bordo iridescente, si vede un vuoto senza fondo, un’oscurità che inghiotte e rapisce, stordisce e confonde. Lì lui si lasciò cadere, mi disse Thor un pomeriggio, mestamente. Odino lasciò che mi perdessi, mi ha mormorato invece Loki, e aveva, nella voce altrimenti bella e suadente, una nota aspra, amara.

Io non so dire quand’è che Lingua d’Argento decise di aiutare suo fratello a salvare Asgard e i Nove Mondi; se sia stato quando mi vide girovagare nelle sue stanze, o se fu per colpa delle parole che gli rivolsi quando vidi le madri di Asgard piangere i loro figli uccisi; o se, ancora, furono le parole di Thor, il suo sguardo franco e il suo tono fermo, a convincerlo ad agire. Forse ci ha ingannati, e la sua ritrosia non era che una finzione, una messinscena, affinché io e suo fratello credessimo che non bramasse più di ogni altra cosa uscire. Forse ci ha manovrati come burattini, per farci fare ciò che desiderava facessimo, e spingerci a credere che le nostre azioni non fossero state dettate da un abile movimento del polso di lui, burattinaio spietato e crudele, ma frutto dei nostri pensieri, decisioni, tormenti. Loki è lontano, non tornerà e, se anche volesse, è probabile che non vi riesca. Ma, ammesso che fosse qui, quasi certamente non risponderebbe con sincerità alle mie domande. Mi pare, anzi, di vedere quel sorriso storto disegnarsi sul suo viso affilato, sentire la sua voce calda e bella nicchiare, mentire, citare. Eppure, se un po’ lo conosco, posso dire che, forse, per spiazzarmi sarebbe anche capace di dire la verità: se fosse così assurda e improbabile da sembrare una finzione allora, forse, me la rivelerebbe, consapevole che io non saprei riconoscerla.

Quel bacio mancato e la conversazione che origliai complicarono le cose tra noi. Anzi, in verità le complicarono a me sola. Il giorno dopo andai alla torre, col cuore che pareva scoppiarmi nel petto, pensando a quel contatto desiderato, all’odore della sua pelle, ai brividi che avevo provato. Ma, al mio ingresso, non trovai un innamorato fremente d’amore, come la parte sciocca di me quasi si era pregustata di trovare, con un pizzico di timore e compiacimento assieme. Loki era preso nei suoi studi, nei suoi calcoli. Vidi appunti ricoperti di rune, formule che non riuscii a decifrare sparse per ogni dove, nello studio illuminato dalla luce morente del sole. Mi degnò a malapena di uno sguardo, mi disse di sedermi, di aspettare. Ricordo che pensai che dovesse aver ripreso a soffrire d’insonnia, perché ombre scure gli cerchiavano gli occhi e, dentro di me, mi sorpresi a sorridere amareggiata: mentre io non mi ero data pace al pensiero del bacio che non avevo avuto e che avevo desiderato, lui si era buttato, come avevo previsto, sui suoi testi. E, certamente, non mi aveva pensata.

Quando ebbe finito di consultare e studiare, si passò le mani sul viso tirato si massaggiò il collo; non mi domandò di Theo, né di suo fratello, ma ragionammo un po’su un testo che gli avevo chiesto. Mi accorsi che divagava, non era inerente al nostro discorso ciò che aveva studiato fino ad un attimo prima. Uscimmo sulla terrazza, l’aria profumata e fresca della sera ci avvolse. Mi domandò, con finta noncuranza, dove fosse suo fratello. Gli risposi che era a Vanaheim, e specificai, sebbene ne sapessi poco e nulla, che era là ad addestrare nuovi soldati, che forse sarebbe tornato il giorno appresso; lui annuì distratto. Mentre lasciava scivolare lo sguardo attento sulle valli e i monti che si stendevano nel tramonto rossastro, commentò che era una mossa inutile; che il dio del tuono avrebbe fatto bene a cercare alleati meno prevedibili e più in forze di quelli di sempre, che tra i Vani avrebbe potuto mandare la coraggiosa Sif, che avrebbe adempiuto al medesimo compito con altrettanta efficienza che lui. Poi, i suoi occhi felini finirono per posarsi su Theo che, anche quella sera, mi aspettava appoggiato ad un albero, lo sguardo torvo rivolto in alto.

Non so se ci potesse vedere; Loki certamente finse sorpresa al vederlo laggiù, in attesa, ma io immaginai che l’avesse sempre notato, fin dal primo giorno in cui lui si era deciso a venirmi a prendere. Voleva certamente rappacificarsi con me, era sicuramente contrito per quanto successo. Provai pietà e tenerezza nei suoi confronti, e Loki se ne accorse. Assottigliò le pupille feline e mi rivolse uno sguardo ghiacciato. “Come pensi che sarebbe, la tua vita con lui?” domandò inclinando la testa da un lato. Aggiunse, ghignando, che esistevano molte prigioni; che alcune, come la sua, avevano rune e pietre che le delimitavano, ma che altre, più subdole, avevano confini invisibili più difficili da spezzare, fili vischiosi da cui era difficile liberarsi.

Mi resi conto che non ci avevo mai pensato. Per me, la vita con Theoric finiva il giorno delle nozze, quando ci saremmo scambiati le promesse: il dopo, era come se non esistesse, come se l’amore, solo, bastasse a costruire un rapporto che doveva durare secoli. “Forse sarei felice,” risposi, “ma ammetto che non ci ho mai pensato davvero.”

Vidi Loki inarcare un sopracciglio con aria teatrale. “Una ragazza come te, giovane e innamorata, dovrebbe rispondere che sarebbe felicissima, che ama il suo corteggiatore alla follia. Che non può nemmeno pensare di vivere, di respirare senza lui al suo fianco. Non metterebbe alcuna ipotesi nella sua frase.”

C’era una tale enfasi, nel modo in cui aveva pronunciato quelle parole, che mi lasciai andare a domande azzardate. “Lo dici come se avessi amato disperatamente qualcuno,” mormorai. Lui si schernì con una breve risata, e scosse la testa bruna. “Ho odiato intensamente, questo sì,” soffiò e, di fronte al mio volto disorientato, rise d’un riso freddo e amaro. “Il contrario dell’amore non è l’odio: è l’indifferenza.”

A ripensarci adesso, mentre scrivo nel cuore della notte e nessun rumore turba la mia scrittura se non il lento rumore della penna sulla carta, forse ci fu un velo di tristezza, in quella frase. Magari Loki pensava ad Odino, oppure a Thor, sebbene io credo ormai che i due fratelli non abbiano mai pensato veramente di odiarsi. Ma cosa ne so, io, di quel tempo lontano in cui il principe signore del tuono diede la caccia al dio degli inganni per tutti i Nove Regni? Cosa so io, davvero, di quegli anni cupi, sconvolti dalla guerra? Il tempo e la prigionia di Loki hanno mitigato molte cose; forse, anche le ombre che devono aver coperto gli occhi color del mare dell’erede di Odino.

Non ebbi modo di approfondire quel discorso. Gli eventi, precipitarono in fretta. Feci pace con Theoric, sebbene le parole di Loki mi avessero lasciato una strana inquietudine. Secondo lui, dunque, io non amavo Theo? Ma allora cos’era quella tenerezza che mi prendeva quando lo guardavo, quel bisogno di preoccuparmi di lui che nutrivo da tutta la vita? Il potere di lingua d’argento, mi resi conto, era proprio questo. Convincere, in maniera quasi distratta, velatamente, le persone a fare ciò che lui voleva facessero, in modo tale che ogni azione, ogni pensiero, nascessero nel cuore e nella testa di altri, in maniera apparentemente spontanea: perché il seme di quelle idee era stato piantato da lui, tra una frase ironica e uno sguardo divertito. Fu così, senza l’apparente intervento di Loki, che scoprii che Theoric non approvava che io mi fossi messa a studiare; disse che, una volta che avessi finito di aiutare Thor, avrei dovuto abbandonare quegli interessi da Vanir, effimeri ed inconcludenti, per dedicarmi a qualcosa di concreto, che gli Aesir avrebbero potuto apprezzare. Ed io, che continuavo a trascorrere nottate insonni, come questa in cui scrivo, studiando sui molti libri che mi erano stati messi a disposizione da Loki, mi rammaricai delle sue parole.

Potermi dedicare allo studio delle rune, alla magia e alla medicina, ma anche alla conoscenza tutta, era stato il desiderio che avevo nutrito fin da quando ero bambina. Lui non lo capiva, non lo accettava, anzi. Lo riteneva nient’altro che uno stupido capriccio, instillato da Loki, perlopiù. Ma il dio degli inganni, nella sua prigione dorata, di questo non aveva colpa. Assecondava semplicemente il mio interesse, poiché lo condivideva anche lui. L’amore per i libri è stato prima di Theo, prima del mago dagli occhi verdi che mi sogghignava dalla sua torre. C’è sempre stato. Vedere la mia passione sminuita, trattata con leggerezza, mi fece male. Fu un altro motivo di dissapore tra me e Theo.

Loki certamente se ne accorse. E non disse nulla per molto tempo, al riguardo. In quei giorni era più stanco e nervoso del solito. Studiava con febbricitante ansia, vagava spesso con lo sguardo fino alle montagne ricoperte di neve oltre la terrazza, dove spesso avevamo parlato. Mi venne il sospetto che stesse covando qualcosa col principe Thor, che si fosse deciso ad aiutarlo, anzi. Sperai che fosse così, perché, nella mia mente forse un po’ troppo propensa a sognare, mi immaginavo già che i due fratelli riuscissero a porre, insieme, fine alla guerra; che Odino, vedendo la redenzione del figlio più giovane, lo reintegrasse nella società, concedendogli il suo perdono. Ma poi, osservando il profilo affilato di Loki, chino sulle sue rune, ripensavo anche alle parole colme di rancore che avevo sentito proprio in quelle stanze: non c’era speranza alcuna che le cose si potessero risolvere, col Padre di Tutto. La ferita era stata troppo profonda, insanabile, perché si potesse rimarginare. E lo è tuttora.

Loki aspettò che fossi io a parlare di Theo. Mi ascoltò, col solito disinteresse che concedeva a qualunque cosa appartenesse al mondo esterno che non fosse la magia o suo fratello. Che imperdonabile errore. Mi lasciai sfuggire che Theo non amava i miei studi; che li considerava solo come un momento di passaggio della mia esistenza, un vezzo che mi concedevo da ragazza nubile. C’era un velo di dispetto, nella mia voce. Lui la colse, con la stessa rapidità con cui un gatto annoiato afferri il topolino che tenti di scappare, col medesimo sguardo luccicante e sornione; ma in fondo, non ero stata io ad offrirgli quell’occasione di scandagliare i miei sentimenti, ancora? Ma fu davvero lui? Adesso, immersa in questo silenzio ovattato, mi viene da pensare che, forse, fui io a tendere la rete. Che l’ingannatore si sia lasciato trascinare, per noia, interesse, divertimento o chissà cos’altro, in quella ennesima conversazione iniziata da me. Allora, forse, dovrei cancellare quanto ho scritto, dire che fui io che aspettai con pazienza felina che Loki fosse abbastanza di buonumore per parlare. Che desideravo ascoltare il suo giudizio, sentire il suo sguardo su di me. Volevo che mi guardasse, e vedesse non la fanciulla gentile che si prendeva cura delle sue necessità di prigioniero, né tantomeno la studiosa appassionata, ma la donna viva, presente, che non riusciva a respirare di fronte ai suoi occhi.

Mi fissò forse davvero nel modo in cui io speravo, e disse semplicemente “Rinunceresti alla tua natura solo perché lui te lo chiede?”

Di nuovo domande, pensai, e mai nessuna risposta aperta, chiara. Innocue solo all’apparenza, ma che scavano nell’anima, come la goccia fa con la roccia, inesorabile e paziente. Lui non aveva rinunciato, pensai. Lui si era preso la responsabilità di quel cuore incapace di trovare soddisfazione, di quella passione smodata per la magia e per la conoscenza.

“Se tenesse a te davvero, amerebbe ogni cosa della tua persona,” sentenziò ancora una volta con la sicurezza ostentata di chi possiede un amore assoluto ed esclusivo. Pensai che potesse riferirsi a Thor, l’unico che non l’aveva mai abbandonato. Avevo ragione, ma solo in parte.

“Dell’amore di Theoric io non ho mai dubitato. Ma lui, come tutti qui su Asgard, teme il seiðr e guarda male chi ne fa uso. E questo, tu lo dovresti sapere bene,” risposi piccata. Alla fine, anche io mi ero messa sulla difensiva davanti alle insinuazioni, tanto crudeli quanto vere, dell’Ase che quasi sempre mentiva.

Loki rise alle mie parole, e gli rimase, sul viso affilato, un sorriso storto mentre mi rispondeva, un bagliore sinistro illuminò i suoi occhi verdi. “Perché li spaventa ciò che non conoscono, che non capiscono. Ma il seiðr e la conoscenza rappresentano il potere stesso su cui è stato creato questo mondo e tutti gli altri. Ti vuoi piegare all’ottusità di questa gente, incapace di vedere al di là del proprio naso, o preferisci vivere seguendo le tue passioni, le tue idee?”

A Loki, pensai, non interessava essere diverso. Almeno, non più. Ci doveva essere stato un tempo in cui la diffidenza degli Aesir lo aveva ferito. Thor aveva provato a parlarmene, qualche volta. Ma lui è un guerriero valoroso, dotato di un cuore franco e aperto: non ha l’abilità retorica né l’acutezza introspettiva del fratello mago; tutte le sue parole non valsero il tono di Loki. La sua voce roca e bella assunse note aspre, metalliche, che forse nascondevano una punta, piccolissima ed invisibile, di rammarico per quella accettazione mancata. Rivendicò con orgoglio ciò che era, gonfiando il petto magro, stringendo i pugni fino a farsi sbiancare le nocche.

Finsi di non accorgermene. “Non esistono compromessi, per il dio degli inganni?” chiesi.

“No,” rispose, e un sorriso mesto gli apparve sulle labbra sottili, mentre allargava le braccia ad indicare la sua prigione ricoperta di rune. “Non mi sono piegato mai.”

Avrebbe potuto implorare Odino. Utilizzare quell’abilità, che chiunque gli riconosceva, per impietosire il Padre degli Aesir, ancora una volta. Promettere obbedienza. Incantare, mentire. Non l’aveva fatto. Credo che Thor l’abbia odiato, per questo.

“Hai pagato un caro prezzo,” gli ricordai.

“È una libertà maggiore delle vostre, quella di cui godo io qui,” ghignò fieramente. Nella torre in cui l’avevano relegato, era tornato ad essere il nemico di Asgard, colui che aveva gettato nel caos e nella guerra i Nove Mondi, che si era alleato col titano impronunciabile, e mille altre nefandezze aveva compiute, con la leggerezza bieca di chi giochi una partita di scacchi. Imprigionato, ma mai domato nello spirito, rinchiuso, ma solo fino a che il Ragnarok non sarebbe iniziato. Provai paura. L’ho già scritto. Del Loki studioso di rune, appassionato di libri e magia, che passava le sue serate raccontandomi ciò che aveva appreso o visto, che mi ascoltava con curiosa attenzione, incantandomi con la sua voce roca e suadente, io amavo già ogni cosa. Amavo starlo a sentire, amavo parlare e confrontarmi con la sua intelligenza vivace e brillante, con le sue intuizioni acute, che risvegliavano le mie in un gioco di specchi esaltante. Ma del Loki conquistatore di mondi, che schiacciava sotto i suoi stivali vite e cose e aveva fatto traballare il trono di Odino, per essere poi riportato in catene, sconfitto, ad Asgard dalle bianche torri, io avevo ancora terrore. Del caos che si trascinava come un manto oscuro, io vedevo solamente la scia di distruzione che si tirava appresso, ingigantita dalle voci che, nonostante Odino avesse tentato di soffocare per sempre, in virtù di quell’oblio cui l’aveva condannato, continuavano a serpeggiare, senza sosta.

Ma il dio degli inganni e delle menzogne, così come era apparso all’improvviso, fiero e orgoglioso nonostante la prigionia, si ritrasse, lasciando spazio di nuovo al Loki che ben conoscevo. Il ghigno del conquistatore sconfitto si stirò in un sorriso gentile, le tempeste di ghiaccio nei suoi occhi penetranti tornarono ad essere la luce vispa che li animava spesso, la voce roca prese tonalità melliflue. “Mia bella signora, tuttavia parlavamo di te. Com’è che finiamo sempre a discutere della mia prigionia? Ti cruccia, che io sia qui?”

Il primo pensiero che mi venne in mente, fu che detestavo vederlo chiuso lì dentro. Soffrivo, quando scorgevo in lui la stanchezza e l’inquietudine nervosa che lo accomunava ad una fiera in gabbia. Il secondo, egoista e crudele, fu la consapevolezza che, se Loki non fosse stato condannato da Odino a quella pena amara, io non l’avrei incontrato mai. Ed in fondo, Loki meritava quella reclusione. Come Thor, pensavo che non dovesse essere eterna, pur non illudendomi che, una volta uscito, sarebbe stato imprevedibile e senza controllo al modo in cui era sempre stato, assecondando la sua natura. Ma come trovare le parole per dire certe cose? In che modo potevo ammettere l’egoismo di certi miei pensieri, svelare sentimenti che avevo paura ad accettare? Cercai di mediare.

“Mi addolora vederti rinchiuso. È una prigione che ti va stretta, qualunque cosa tu dica,” dissi. Vidi che sgranò gli occhi, quasi offeso per quell’affermazione, ma continuai. “E sai che credo che, se tu potessi aiutare il dio del tuono, Asgard vincerebbe senz’altro questa guerra che la sta martoriando. Nonostante questo, io non posso mettere in dubbio la giustizia di Odino.”

Le ultime parole mi uscirono come un sibilo strozzato, ma mi sembrò che risuonassero come squilli di tromba nella sala. Ressi il suo sguardo implacabile e verde, immaginandomi già il momento in cui avrebbe torto il viso lontano da me, cacciandomi via. Non lo fece. Annuì, come se fosse d’accordo con quello che avevo detto, e ritenesse inevitabile il mio dover accettare il severo giudizio del Padre di Tutto. Si passò una mano sul collo contratto, massaggiando i tendini affaticati dal lungo studio, socchiuse gli occhi felini e mi spiazzò nuovamente.

“Se non fossi stato condannato a questa pena, non ci saremmo mai incontrati, mia bella Sigyn.” Era la stessa conclusione cui ero arrivata io. Forse mi leggeva nel pensiero. A tanto poteva arrivare, col suo seiðr, nonostante fosse rinchiuso in quella prigione blindatissima, ricoperta di rune? Si avvicinò a me, mi scostò dalla fronte una ciocca di capelli che mi cadeva vicino alla guancia. Per un istante, uno solo, la pelle delle sue dita mi sfiorò appena il viso. Pensai a quello che sarebbe successo se non si fosse fermata a quel tocco breve. Vidi che un angolo della sua bocca si piegava in una smorfia tirata, e mi convinsi che anche lui nutrisse il mio stesso desiderio. Stringendo quel ciuffo ondulato, mormorò che, nel mondo vero, fuori da quelle mura, non m’avrebbe mai notata. Sarei stata un volto tra tante, bionda come tutte; mi sarebbe passato vicino senza guardarmi davvero, come si sfiora senza vederlo un fiore raro che cresce ai limiti del sentiero, o si nota appena la stella, bellissima e lucente, che illumina i cieli insieme a mille altre stelle che la nascondono, offuscandola.

“Invece qui,” mi disse, “qui tu sei unica e sola, come la stella che indica ai naviganti la via del ritorno. Non lasciare che altri offuschino la tua luce.” Le ombre della sera ormai erano calate su di noi. Il cielo di Asgard aveva ceduto all’indaco e al blu della notte e, in basso, appoggiato ad un albero, c’era Theo che mi aspettava. Ma in quel momento per me non esisteva più nulla.

“Stai tremando,” osservò Loki sfiorandomi appena la spalla. “È il freddo,” risposi, ma in realtà avrei voluto che lui mi stringesse tra le braccia, mi baciasse. La distanza che c’era tra noi mi era insopportabile.

“Tu menti molto male, mia signora,” soffiò, e le sue dita fredde, che prima stringevano la ciocca sottile, mi accarezzarono la guancia, mi sfiorarono le labbra, scesero giù sul mento seguendo il profilo del collo, fermandosi solo quando giunsero sulle spalle.

“Se andassi oltre, spezzerei l’incantesimo: non potremmo più tornare indietro,” mormorò, e si staccò da me.

(continua)

N.d.A.

Disclaimer: i personaggi appartengono alla Marvel, eccezion fatta per quella povera anima di Sigyn, che viene para para da quel poco che viene detto di lei nell’Edda. Questa storia è stata scritta senza alcuno scopo di lucro

2 Commenti

  1. Emiliana 12 luglio 2016
    • Cicale Chic 12 luglio 2016

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *