Solo nostalgia

Zalando Privé

Ci sono giornate, come questa appena trascorsa, in cui mi trascino letteralmente a casa con la testa che gira e una voglia matta di buttarmi a letto, non per dormire, quello no, ma riposarmi, rimanere a occhi sbarrati e liberare la mente da ogni cosa –lavoro, impegni, problemi. E così sfilo i tacchi, levo il cappotto e mi lascio assalire dalla marea di pensieri che durante la giornata hanno provato a sommergermi.

L’amica di un tempo mi ha cercata. Ci siamo cercate entrambe, in realtà, dopo anni e anni. Era inevitabile. O forse, come sempre, è solo l’ennesimo capitolo di un’altra storia.

È stato come guardare attraverso lo specchio l’immagine di ciò che ero. O aprire una scatola e svoltolare una serie di vecchie foto. Mi ritrovo all’improvviso su un binario doppio. Da una parte ci sono io, oggi, dall’altra sempre io, a quattordici, quindici anni.

Quando avevo quindici anni, immaginavo che la mia vita sarebbe stata completamente diversa. Non avevo idea di cosa avrei fatto da grande, che carriera avrei intrapreso o altro. Ero però assolutamente certa che i trent’anni rappresentassero un traguardo, il punto più alto di una curva destinata a scendere, dove sarei stata adulta e realizzata e felice e avrei sempre saputo cosa fare. A trent’anni dovevo essere giovane e invincibile. Dovevo essere arrivata, non sapevo ancora dove, ma certamente da qualche parte. Oggi, mi guardo intorno. Il sentiero è scosceso, il punto d’arrivo avvolto nella nebbia. Vado avanti, a tentoni, piena di incertezze, e non so davvero dove arriverò, alla fine.

Quando avevo quindici anni, giuravo e spergiuravo che non avrei mai fatto, detto, comprato, indossato pensato determinate cose. In alcuni casi ho mantenuto quelle promesse, pronunciate con l’implacabilità di una profezia. Altre, invece, le ho disattese. Che stupore è stato, accorgermene. E quello che un tempo sembrava importante, assoluto, ora si tinge dei colori della relatività e dell’indulgenza.

Quando avevo quindici anni, passavo i pomeriggi ascoltando David Bowie a casa di un’amica. Prima di lui, la musica per me era una nebulosa incerta. Grazie a lui, l’orecchio si è fatto fino e attento. Abbiamo consumato i cd, a forza di risentire sempre le stesse canzoni. Prima di internet, prima che con un solo click fosse possibile immediatamente accedere a centinaia di file contenti immagini, interviste, video, pensieri, ci alimentavano solo del suono eterno delle canzoni, iniziando una caccia al tesoro che forse dura tutt’ora. E allora, siccome l’album Heroes era la colonna sonora del film Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, ci affittammo la cassetta, e poi leggemmo il libro – crudo e intensissimo. E, nell’inseguire il mito del Duca Bianco, ci scontrammo con Velvet Goldmine, un film che quasi nessuno conosce. Comprammo la colonna sonora, di quel film, facendola importare direttamente da Londra dal negozietto di dischi del quartiere. E scoprimmo il glam rock, e gli anni Sessanta e Settanta, guardandoli a modo nostro, in maniera diversa rispetto a quello che mostrava la TV italiana nelle immagini d’archivio.

E, in un gioco di riferimenti e citazioni, suggestioni ed associazioni di idee, rileggemmo Wilde, e appresso Baudelaire ed i poeti maledetti. Fu grazie a loro che mi infatuai del primo villain per cui abbia mai penato – il primo di una lunga serie: il mago Jareth, che alla fine non riesce ad ottenere ciò che vuole.

A quindici anni ho iniziato ad ascoltare David Bowie e non ho ancora smesso.

Claudia

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