French Style di gioventù

Zalando Privé

Nella puntata precedente: di come Sara da adolescente mescolava senza miscelare e saltellava un po’ qua e un po’ là, provando e riprovando. In questo secondo episodio, invece, vi parlerà di come è diventata un po’ parigina prima dei 30 anni, adottando un French Style rigorosamente declinato in romanesco.

I tempi dell’università e subito dopo: sulla strada del French Style

L’Università è stata per me un po’ la terra di nessuno per quanto riguarda lo stile, nel senso che ho vagato ma lavorato molto nell’ombra. E da lì è uscito tutto quello che poi sono diventata ora e che leggerete prossimamente.

Nell’aura dorata dell’accademia tutto scorre un po’ come negli anni delle superiori. Intorno a me continuavano ad esserci gli alternativi e i precisini, tutti rigorosamente abbottonati e imprigionati in quelle reti politico-sociali che gli imponevano di non muovere foglia che il branco non voglia. Guardate che adesso mica sto scherzando, mica sono ironica. All’università ci sono dei monoliti che pur di non abbandonare la promessa fatta all’amico immaginario al secondo anno di liceo si farebbero crocifiggere in aula magna, nel giorno delle lauree, l’ultimissima sessione prima dell’apocalisse. L’affollatissimo evento nel quale vengono ritirati fuori anche i nonni infermi e i cugini odiatissimi, quelli che nella fascia d’età 0-18 avreste volentieri sacrificato all’altare del dio del mammabastatantoquelladiventeràunasacalingamantenutadaunmaritonoioso o del mammamiocuginoèsimpaticocomeleirritazionicutanee. Pensate che ognuno ne ha almeno 1,5 (sono ricerche serie, numeri, mica chiacchiere), e pensate che schifo possa diventare quell’aula magna quando si riuniscono. Ebbene, è lì che gente si farebbe processare e usufruirebbe della pena di nazarena memoria.

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La crocifissione più famosa del cinema, non ce ne voglia Mel Gibson. A Matera non c’era sala mensa.

E sapete in che cosa consisteva quella promessa? Per una zecca ormai incanutita (sì, perché diciamo che si tratta pure di una donzella parecchio fuori corso) si tratta di questo: Non indosserò mai e poi mai pantaloni aderenti a sigaretta!

E per la coattella che già somiglia troppo a sua madre tra 10 anni: Non uscirò mai con un pischello che non viene in disco e si fa le canne. E non metterò mai quella roba di cotone multicolor, neanche se me lo chiede Gigi Dag.

Che ci volete fare, ci sono persone di parola su questa terra, genti che ancora ci tengono a certe promesse, fatte più che altro per perdere tempo e non mettersi a tradurre Cesare.

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Ecco come si presentavano quei pomeriggi liceali, con le mani sudate e ben altro a cui pensare. Tipo i patti.

Per farla breve, per alcuni il mondo era ancora nettamente diviso, come dietro una cortina di ferro con da una parte le pin-up e la Coca-Cola e dall’altra boh. Qualcuno che mangiava bambini e tutto uguale per tutti.

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nascosti dietro simili fortezze nulla avrebbe potuto mai scalfire le nostre certezze.

In realtà però la realtà e le prospettive dei ventenni sono molto più malleabili e qualcuno pensate, si accoppia addirittura con gente al di là della cortina.

“è uscita con uno del collettivo”

“Ma chi, quella che a 16 anni faceva la PR al Piper”

“ Sì, lei.”

“Oddio, non c’è più religione!”

“No, non c’è più rispetto per gli amici immaginari e le promesse anti-De bello Gallico!”

“Che cosa, scusa?”

“Niente, lascia sta’…”.

All’università i gruppi, integralisti permettendo, si fanno permeabili e per quanto riguarda il modo di vestire e il fashion, almeno io, ho con forza tirato fuori la testa dal guscio ed ho iniziato veramente a mettermi quello che mi piaceva. Con una strizzata d’occhio al mio passato recentissimo, ma modellandolo e poi condendolo con un incontro che si è rivelato uno dei miei grandi amori costanti: la Francia, in tutta la sua inesauribile e condivisibile spocchiosità.

Je t’aime. Moi, toujours.

French Touch a Roma Sud

Certo però voi ve lo dovete immaginare, questo tocco naif e parigino nella periferia di una delle capitali più controverse di questo nostro triste mondo malato.

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Adesso, chi non mi indovina da dove viene questa diapositiva viene espulso all’istante.

Quella capitale che, soprattutto nella parte più a sud, si fa di un verace che riesce a mettere in risalto e quasi in ridicolo le tue scarpette col fiorellino, la tua borsettina graziosa. Sono stata spesso notata per i miei modi e soprattutto per come mi acconciavo, a partire già dal mio primo ritorno dalla Francia, ma ancora di più dopo il secondo, reduce proprio da una permanenza in quell’altra capitale, quella con la torre (ci ho vissuto per due periodi distinti, entrambi importanti, ma non è il momento di fare la mia biografia). C’è del marcio intorno al GRA, c’è del French Style.

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Anziana donna di periferia che si affretta a raggiungere la preda da commentare. Ps. Appartiene alla stessa specie della donna di paese, ma in quel caso l’abitino è più torvo, meno frou frou e copre l’arto svelto fin praticamente alla caviglia.

In Francia ero tutt’occhi per gli outfit di ogni essere di genere femminile che entrava nel mio raggio visivo. Le bambine con i vestitini a fiori, le ragazze della mia età che non avevano paura di scoprire un po’ di più le gambe, le signore agée con cappelli vistosi ma non troppo (nulla a che vedere con quelli della famiglia reale inglese, tanto per intenderci).

Così ho deciso, dovevo rubare con gli occhi tutto quello che si poteva lecitamente rubare. Volevo essere come loro.

Mai con

Rispetto alla prima puntata questa è sicuramente all’insegna della moderazione, come ovviamente lo è stata l’epoca. Durante l’adolescenza un mai con è categorico e carico d’odio, una contrapposizione tra noi e loro che neanche in una trincea presso la Somme nel 1915.

“Crucchi di merda, non ci invaderete mai (almeno fino al 1940)!”

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Allegrissimi francesini in trincea (che è quella sbarra che vedete in primissimo piano).

“Mancciarane dei miei stivalens, non metteremo mai e poi mai il vostro baschetten con maghlia e richens!”

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Allegro teutonico che tra i baffi sussurra: Venite venite, ometti.

Più o meno così.

Superati i terribili anni “Teen” questo viene, o dovrebbe, venire un po’ meno. Ci si fa meno integralisti e così, un mai con, assume tutto un altro sapore.

Tuta

La morte del mio stile, l’outfit sportivo ricordo che era per me una condanna anche alle medie. Al liceo il più delle volte fingevo di dimenticarmi di avere in orario educazione fisica sia perché non sono mai stata una grande sportiva sia perché no, signore, perché vuoi farmi questo? Perché vuoi che vada in giro con indumenti che appartengono allo stesso strettissimo gruppo etnico-religioso del pigiama? Perché mi fai questo, che cosa ti ho fatto di male? Non avevo già scontato altre pene con quello sfigato che non mi si fila e con la prof di matematica che è la reincarnazione cattiva di Himmler? E così passavo a parlare con il karma, che al pari di qualche amico immaginario è l’unico che sa tutto del mio passato. Compresi in gusti in fatto di vestiti. Ma la tuta, la tuta signori della corte, la tuta proprio non l’ho mai voluta indossare.

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Mi sento male solo a guardarla, e pensate che a questa modella/manichino ‘sto pigiamino sta pure bene.

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Io, però, mi sono sempre vista così (più o meno)

Quindi mi dichiaro innocente e a partire dall’ultima lezione di educazione fisica del liceo, probabilmente conclusasi a tarallucci e vino o sistemando la tesina per la maturità, quei pantalonacci di materiali sempre dubbi vennero banditi dal mio guardaroba. Adios amigos!

 Il colore nero

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l’oscurità.

In realtà questo punto poteva già far degnamente parte della prima puntata. Tuttavia mi sembra più appropriato parlarne qui, in questo spazio dedicato alla mia gioventù. È stato infatti intorno ai venti anni che per me gli outfit sono diventati un’occasione per una sorta di studio sul colore. Abbinamenti, fantasie, tutto coglieva la mia attenzione. Eccetto il nero, che ho sempre considerato come una disgrazia se accostato alla mia carnagione e alla mia stazza (!) fisica.

Mai senza

Gonne

Di tutte le lunghezze e le foggie. In inverno perché sono meglio dei pantaloni, con calze e stivali, soprattutto nei giorni di pioggia. In estate perché donano freschezza incontrastata. Insomma, ogni scusa è buona per dare quel tocco di libertà alle mie gambe, che nella tremenda fase successiva nascondevo in sacchi molto poco French Style.

Ballerine

ho un debole per questo tipo di scarpe. Ne ho e ne ho avute di diversi colori e di diverse forme. Nere, marroni, rosse, gialle, con un fiorellino di lato, con la punta più arrotondata o meno, più morbide o rigide, di pelle. E lo so, lo so che non piacciono agli uomini, lo so che sono difficili da abbinare. Se fa troppo caldo non le metto, se fa troppo freddo neanche e nemmeno se piove. So tutto, sono molto preparata, ma rimane il fatto che a me fanno impazzire e sono comode.

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Il rosso su mini dress a righe: la Francia è vicina! <3

In Francia, signora mia, le ragazze le mettono sempre e sempre riescono ad essere di uno chic che sconvolge. In Francia, signora mia, il French Style si fa con un nonnulla. Io, allora, non ho fatto altro che far tesoro di quello che ho visto per mesi e mesi.

E la francesità è fatta, o quasi.

Con sempre tanto ammore,

Sara

Nel prossimo episodio: Come si concia la Cicala Sara oggi? Quale stile avrà la precedenza? è riuscita a conciliare Hippie Chic e French Style? CI è caduto dentro dell’altro? Abbiate la pazienza di una settimana e lo saprete.

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